| Saluto
e presentazione: Avv. Alessio Carlucci - Presidente dell'Associazione
Avvocati e Praticanti di Acquaviva e Cassano.
Oggi siamo qui ad occuparci di un tema, quello dell'adozione internazionale,
che interessa e coinvolge il settore della giustizia minorile perché
è appunto il Tribunale per i minorenni che è chiamato
a decidere sulle domande di adozione internazionale che sempre più
numerose sono proposte ogni giorno.
Il Tribunale per i minorenni è giudice specializzato dei tanti
, tantissimi problemi di interesse giuridico e non solo giuridico che
investono il minore. Qualcuno potrebbe pensare a proposito del Tribunale
per i minorenni ad una istituzione con una competenza limitata, settoriale,
seppure approfondita, cioè un Giudice con una prospettiva limitata
nell'universo giuridico.
Così non è,
perché il mondo minorile è esso stesso un universo a parte,
con una infinità di situazioni che non sono solo giuridiche,
ma anche e soprattutto umane, psicologiche e sociali e comprende tanti
settori anche molto diversi tra di loro, che sicuramente richiedono
un approfondimento obbligato, un'ulteriore necessaria specializzazione.
Intendo riferirmi al processo penale a carico di minori, che è
un momento in cui, non solo si accerta l'esistenza eventuale di un reato
e se il minore lo ha commesso, ma si vuole soprattutto cogliere il disagio
del soggetto per il quale il reato costituisce una spia, un segnale;
perché il minore imputato è anche vittima che compie qualcosa
di innaturale ed è segno che qualcosa di irrinunciabile gli è
stato negato (il gioco, lo studio, la spensieratezza).
Un altro settore di cui si occupa il diritto minorile può essere
quello in cui il minore è direttamente vittima di violenze, abusi
fisici, sessuali, morali e sociali. E' un settore diverso da quello
del processo minorile, riguarda tutta una serie di situazioni nelle
quali il minore va tutelato; non penso soltanto alla pedofilia, alla
pornografia minorile, alla violenza in famiglia, ma anche al lavoro
nero, all'evasione scolastica che nega al minore il diritto fondamentale
a crescere e ad inserirsi nel contesto sociale.
C'è poi il settore dell'adozione anch' esso è particolarissimo,
richiede una competenza multidisciplinare. Quello dell'adozione internazionale
e nazionale è momento di intervento della giustizia in cui l'obiettivo
prevalente se non esclusivo è quello della tutela del minore.
Non mi riferisco solo ai casi particolari; il Tribunale per i minorenni
è chiamato ad accertare se il minore viene accolto in un nucleo
familiare dove sussistono tutte le condizioni che la legge richiede
per l'adozione internazionale, i cosiddetti requisiti. Intendo riferirmi
ad un momento di tutela più ampio e generale. Con l'istituto
dell'adozione internazionale io penso che si intenda "risarcire"
il minore che è stato privato di un diritto fondamentale, quale
quello ad avere una famiglia; una famiglia sana, normale, un'infanzia
ed una adolescenza serena e anche una giusta affettività. Ed
è questo che accerta il Giudice minorile: che il minore venga
reintegrato in questi valori attraverso quello che sembra un percorso
solo giuridico ma che non lo è affatto.
torna all'inizio
Introduzione:
Avv. Lucrezia Maselli.
Questo convegno dimostra, ancora una volta, l'attenzione che l'Associazione
presta al mondo dell'infanzia e a problemi che sicuramente non riguardano
solo gli Avvocati ma che coinvolgono altre professionalità ed
interessano l'intera comunità. Ecco, quindi, l'organizzazione
di un altro incontro in cui protagonisti sono i bambini.
La diffusione di una cultura sull'adozione, incrementata dai mass media
(al di là dello slogan "Adozioni più facili"),
ha favorito la concentrazione di interessi ed il moltiplicarsi di dibattiti
stante anche la tormentata attuazione, le problematiche e le difficoltà
scaturite a seguito prima dell'approvazione della legge 476/98 (di ratifica
della Convenzione Aja), poi del confluire dei vari progetti di legge
nella riforma del 2001. La normativa sulle adozioni pone problematiche
che stimolano un'operatività concreta e multidisciplinare che
coinvolge, come sempre quando "parliamo" di bambini, vari
operatori: il Tribunale, i Servizi, la Scuola, gli Avvocati.
Come ogni riforma che produce mutamenti ha avuto un avvio difficile
e ciò accadrà anche per l'adozione interna, quando la
relativa legge di riforma, la l.28.03.2001 n°149, sarà del
tutto vigente. La l. 476/98 ha modificato le procedure, ha reso obbligatoria
l'intermediazione degli enti autorizzati e istituito la Commissione
per le adozioni internazionali, che ha compiti di promozione, di amministrazione
attiva e di controllo, di tutela in sede amministrativa e di studio.
Le citate riforme erano entrambe necessarie per migliorare la qualità
dell'adozione, approfondendo i requisiti degli aspiranti genitori e
assicurando loro un percorso di preparazione e sostegno, frenando un
mercato che a livello mondiale stava diventando selvaggio, dando risposta
ad istanze nuove (come la richiesta di conoscenza delle origini da parte
dell'adottato) e assicurando a chi inizia l'iter adottivo l'assoluta
trasparenza nelle procedure.
Il nostro Paese è interessato da un processo di denatalità
che lo colloca agli ultimi posti nella graduatoria mondiale di livello
di fertilità e questo porta ad una maggiore spinta verso la scelta
adottiva. Si è assistito, negli ultimi anni ad un progressivo
aumento delle domande di adozione. Soprattutto quelle di adozione internazionale,
che rischiano, però, di essere una scelta residuale e non una
scelta voluta e consapevole per chi non riesce ad avere in adozione
un bambino italiano; sono cresciute a dismisura anche perché,
considerato il numero dei minori dichiarati adottabili, sono valutate
come la via più rapida per non subire le estenuanti attese dell'adozione
nazionale.
Tuttavia così si pone il rischio fortissimo che il bambino sia
visto non come soggetto, ma come oggetto e che il suo diritto ad avere
una famiglia possa essere superato dal desiderio della coppia ad avere
un figlio. Fino a poco tempo fa nell'adozione internazionale predominavano
gli interessi dell'adulto rispetto a quelli del bambino, la cui unica
tutela a suo favore era quella di allontanarlo da un paese povero e
degradato per inserirlo in una nuova famiglia, spesso considerata adeguata
solo perché economicamente e culturalmente più ricca.
Questa poca attenzione alle reali esigenze psico - affettive del fanciullo
straniero determinava in alcuni casi il fallimento dell'adozione, con
tutta la sofferenza che ne deriva. Il punto di partenza dovrebbe essere
il bambino, il suo diritto a crescere ed essere educato nell'ambito
della propria famiglia, a meno che la separazione dai propri genitori
non sia necessaria nell'interesse preminente del fanciullo. Interesse
che è quello di crescere in un ambiente sano ed affettuoso.
L'adozione, quindi, si configura come estremo rimedio ad accertata ed
irreparabile situazione di abbandono, ultima soluzione per assicurare
al minore assistenza e affetto; può essere attuata solo dopo
che sia accertato che non sono praticabili le strade dell'aiuto alla
famiglia naturale o dell'accoglienza del bambino in una famiglia sostitutiva
scelta nel suo stesso Stato di nascita (principio di sussidiarietà
dell'adozione internazionale l.476/98). Principio fondamentale è
che l'adozione costituisce uno strumento di protezione sostitutiva.
L'art. 20 della Convenzione sui diritti del fanciullo (New York 20.11.89),
prevede che "ogni fanciullo, il quale è temporaneamente
o definitivamente privato del suo ambiente familiare, oppure non può
essere lasciato in tale ambiente nel suo proprio interesse, ha diritto
ad una protezione e ad aiuti speciali dello Stato. Gli Stati parti prevedono
per questo fanciullo una protezione sostitutiva, in conformità
con la loro legislazione nazionale
". Il bambino deve avere
la propria famiglia e non la famiglia avere il suo bambino. L'adozione
non deve essere un mezzo per dare un figlio a una coppia che non l'ha
ma un atto di amore per dare dei genitori a un bambino che ne è
privo, offrirgli la possibilità di un progetto di vita, affettivo,
culturale, sanitario.
Però, al diritto del bambino ad avere e a crescere in una famiglia,
si affianca la richiesta dei coniugi. La coppia ha una maggiore tutela
nella riforma sull'adozione internazionale del 31.12.1998 n°476,
che ha anche subito modifiche con la legge 28.03.2001 n°149; questa,
introducendo l'obbligo di informazione e formazione, consiglia agli
operatori sociali e giudiziari una capacità di rapporto più
empatica, consapevole delle attese delle coppie e aperta al loro ascolto.
Non selezione della coppia, ma costruzione con i coniugi della disponibilità
all'accoglienza del bambino.
Deve essere vista come accoglienza del bambino nella famiglia, un rapporto
adottante - adottato per nulla inferiore a quello biologico (accoglienza
reciproca). La scelta di adottare un bambino è una scelta definitiva
e prevede lo stesso profondo coinvolgimento della scelta di generarlo.
Non mi soffermerò a lungo sulle condizioni per l'idoneità,
gli aspetti normativi e i problemi incontrati dalle coppie, perché
saranno oggetto dei successivi e sicuramente più qualificati
interventi.
Voglio solo dire che la dichiarazione di idoneità è un
tentativo di favorire il migliore incontro tra gli aspiranti all'adozione
e il minore che arriva da una vicenda di abbandono. Per l'adozione internazionale
alcuni tribunali parlano di adozione particolarissima, perché
ritengono che occorra acquisire la certezza dell'idoneità dei
coniugi ad aiutare il minore anche a superare le difficoltà di
inserimento in un paese diverso da quello di nascita, con un contesto
socio economico diverso e affrontare, quindi, questo tipo di problemi.
Perché due coniugi vengano dichiarati idonei, devono essere presenti
sia requisiti affettivi e documentabili (differenza di età, durata
del matrimonio, unità della coppia) sia requisiti soggettivi
e cioè l'idoneità ad educare, istruire e mantenere i minori
che si intendono adottare. [art. 6 L.184/1983 modificata dalla l. 28.03.01
n.149]
Il decreto di idoneità è atto tipico dell'adozione internazionale;
in quella nazionale il Tribunale non rilascia alcuna certificazione,
decide dell'idoneità all'adozione di un bambino preciso, di un
singolo minore adottabile, di cui egli conosce tutte le caratteristiche
(negazione del diritto alla difesa, perché in assenza di un provvedimento
non è possibile alcuna azione di reclamo).
La coppia che intende adottare deve rivolgersi ad un ente autorizzato
dopo aver ottenuto il decreto che certifichi l'idoneità all'adozione
internazionale. Tale decreto è rilasciato dal Tribunale per i
minorenni territorialmente competente successivamente ad un'istruttoria
compiuta inizialmente dai servizi sociali e poi proseguita dal Tribunale.
I servizi sociali cui è delegata l'istruttoria devono oltre che
informare e preparare la coppia, acquisire elementi sulla situazione
personale familiare e sanitaria degli aspiranti genitori adottivi, sul
loro ambiente sociale, sulle motivazioni che li determinano, sulla loro
attitudine a farsi carico di un'adozione internazionale, sulla loro
capacità rispetto all'accoglienza del o dei minori, nonché
acquisizione di ogni elemento utile per la valutazione da parte del
tribunale della loro idoneità. Una volta ricevuta la relazione
da parte dei servizi, il Tribunale emette il decreto di idoneità,
il quale, se positivo, ha efficacia per tutta la durata della procedura;
la coppia, però, entro dodici mesi dalla comunicazione del provvedimento
deve affidare la propria pratica ad uno degli enti autorizzati il quale
comunica al Tribunale l'apertura della procedura adottiva.
Il periodo precedente all'adozione, quindi, dovrebbe servire per costruire
con i coniugi una loro disponibilità di vita verso il bambino,
non solo per selezionare. Purtroppo molte coppie quando arrivano al
figlio adottivo ormai sono sfinite. E' importante, allora, che i servizi
e i Tribunali per i Minorenni colgano l'importanza della durata della
procedura perché una coppia sia ritenuta idonea (mi diceva un
genitore adottivo: non può durare tre anni una gravidanza). Viene
dato per scontato che, a fronte della sofferenza del bambino in stato
di abbandono, l'adulto abbia gli strumenti e la capacità per
superare le frustrazioni e, quindi, la sua posizione passa automaticamente
in secondo piano. Pur nella doverosa attenzione alla tutela della posizione
giuridica del minore, e alla preminenza del suo interesse, si può
e si deve rivolgere ascolto e comprensione all'adulto interessato dal
progetto adottivo: l'ascolto degli aspiranti all'adozione si auspica
che non si risolva in una mera formalità.
Nell'ambito della multidisciplinarietà, corresponsabile di un
progetto educativo e di inserimento per i bambini adottati è
la scuola. Il bambino adottato straniero non può evitare il confronto
tra l'identità culturale di provenienza e quella di adozione.
Si può trovare a dover affrontare le domande o le richieste degli
insegnanti e dei compagni e può trovarsi in difficoltà
nel rispondere e spiegare la situazione. E' importante, quindi che i
bambini siano abituati a capire, ad accettare la diversità di
altri vissuti.
Il bambino entra nella
scuola con conoscenze e ricordi che derivano dalla sua vita passata
che sono sicuramente differenti da quelle degli altri bambini. Gli insegnanti
devono creare un clima in classe dove ognuno possa trovare una propria
collocazione e possa sentirsi a suo agio. Bisogna rendersi conto che
ogni informazione che si dà ha una ripercussione emotiva ed affettiva
(il problema del sottosviluppo, trattato normalmente dall'insegnante,
in una bambina adottata in India avrà una risonanza emotiva molto
forte); è utile raccogliere le informazioni necessarie sulla
biografia del minore e avere contatti e incontri con i genitori prima
e durante la frequenza scolastica. La famiglia adottiva sicuramente
spera di trovare nella scuola un interlocutore privilegiato e competente
per favorire la riuscita positiva dell'adozione.
Per quanto riguarda, poi, il ruolo che noi avvocati siamo chiamati a
svolgere, qual è il compito dell'avvocato in questo sistema?
Al di là della funzione di consulente per i vari operatori e
per gli enti che possono avere la necessità di consultare un
legale, di verifica della legittimità delle procedure, di difesa
della coppia soprattutto in sede di reclamo dinanzi alla Corte d'appello
avverso il decreto di inidoneità, un nuovo ruolo si delinea per
l'avvocato con la riforma del marzo 2001 (anche se relativo in misura
maggiore all'adozione nazionale).
La nuova legge ha introdotto l'obbligatorietà della difesa tecnica
per il minore, i genitori e i parenti entro il quarto grado nel procedimento
relativo allo stato di abbandono e ciò al fine di garantirgli
il diritto alla famiglia d'origine. Si pongono tutta una serie di problemi
relativi ai tempi, alle incertezze circa la formazione della prova (potranno
i difensori fare ricorso alla prova testimoniale, alle consulenze tecniche
di parte?), alla difesa d'ufficio, dovuti anche al rinvio nell'applicazione,
problemi che mi auguro non allungheranno i tempi a tutto discapito dei
bambini. Indipendentemente dal ruolo rivestito, però, è
necessario che l'avvocato che si occupi di minori attui un equilibrio,
che consenta di contemperare gli interessi delle parti.
Concludo con un brano che mi sembra riassuma quello che l'adozione deve
essere: "Le ragioni profonde per adottare un figlio dovrebbero
essere le stesse che inducono ogni coppia a generare: anche l'adozione,
infatti, è una generazione, cioè il dono della vita affettiva,
psicologica, sociale, ad un essere umano che è stato solo procreato"
(Maria Teresa Pedrocco Biancardi psicologa).
torna all'inizio
Tutela
normativa ed applicazioni concrete in materia di adozione internazionale:
Dr. Occhiogrosso - Presidente del Tribunale per i Minorenni di Bari.
Tutela normativa ed applicazioni in materia di adozione internazionale.
Mi soffermerò poco sulla tutela normativa, parlerò un
po' più di esperienze del quotidiano. Io vorrei porre qualche
dubbio su questa tematica; qualche dubbio su che cosa vogliono gli adulti
nell'adozione internazionale, su cosa vogliono gli avvocati, su quali
diritti si sono realizzati.
Affronterò il discorso tenendo in considerazione tre prospettive:
il problema dei fallimenti delle adozioni (le restituzioni), il problema
dei bambini di Cernobyl, che è l'alternativa "fatta in casa"all'adozione
della Convenzione Aja, e la terza prospettiva che è il problema
della cosiddetta adozione "mite" che è un'adozione
diversa da quella legittimante ma che probabilmente serve oggi non meno
dell'altra perché dà delle soluzioni meno rigide alla
prospettiva adottiva e alla tutela dei bambini italiani e anche stranieri.
In particolare, potrebbe porsi per i bambini musulmani, nell'islam,
infatti, l'adozione non è ammessa; c'è solamente un istituto
di affidamento, la kabala, che consente la permanenza presso una famiglia,
ma mai l'interruzione del rapporto con la famiglia d'origine.
Una delle caratteristiche
che, in tema di adozione, si va proponendo è questa; l'adozione
è sempre stata tradizionalmente una specie di spia del modo in
cui in ciascun periodo la comunità ha guardato alla famiglia
legittima. Ci sono stati dei momenti in cui essa è stata molto
in auge nella storia dell'umanità e altri momenti in cui è
stata guardata con grande diffidenza.
Al di là del fatto che, per esempio, nel periodo romano Tiberio
era stato adottato da Nerone e così è avvenuto per una
serie di imperatori quasi a legittimare, con questa forma adottiva,
una specie di designazione ante litteram per il successore rispetto
al precedente imperatore. Durante il Medio Evo l'adozione è stata
guardata con grande diffidenza; si temeva da parte della famiglia legittima
l'ingresso di estranei perché c'era il pericolo che attentassero
al feudo, che potessero mettere in discussione la prospettiva di successione.
Per venire ai tempi nostri, fino al 1942 l'adozione di minorenni era
vietata in Italia, l'adozione che il codice del 1865 prevedeva era solo
quella di ultradiciottenni e quindi, sostanzialmente, l'adozione di
adulti. Basta pensare a questo, per cogliere quale salto si sia fatto
quando si consideri che, dal 1967 ad oggi, si va verso la prospettiva
di avere cinque leggi: una nel '67, una nell'83 poi nel giro di tre
anni tre leggi e se ne aspetta una quarta: quella del 98, quella del
2001 di riforma, poi la 240/01, che ha convertito la legge di sospensione
dell'applicazione della normativa riguardante le norme processuali in
tema di adottabilità e l'altra che dovrà ancora venire
e disciplinare questa prospettiva. Siamo quindi in una situazione di
precarietà perché non c'è ancora una certezza normativa.
Questa situazione di precarietà pesa, nel senso che ci sono tensioni,
polemiche.
Io credo che il discorso di fondo sia nel bilanciamento dei diritti
che l'adozione propone rispetto ai soggetti che ne sono protagonisti.
Sono tre: il minorenne, la famiglia biologica, d'origine, e gli aspiranti
adottanti. Per i minorenni la normativa prevede oggi diritti che si
possono puntualmente individuare.
Il diritto alla famiglia, quello che è al centro del nostro discorso,
si articola in due altri diritti: uno è il diritto alla propria
famiglia e oggi si chiarisce che la propria famiglia non è quella
che si estende a tutti i parenti tenuti agli alimenti, ma si precisa
che sono i parenti fino al quarto grado, sempre che abbiano rapporti
significativi con il bambino e sempre che non ci siano i genitori. Oltre
al diritto alla propria famiglia, c'è il diritto alla famiglia.
Il diritto alla famiglia è diritto a riconoscere che il bambino
vive bene in quanto vive in una famiglia.
Tutta la normativa sulle adozioni gioca su due fatti: uno di cultura
maggiore per i diritti del minore, l'altro per i bisogni degli adulti.
La tutela dei diritti dell'infanzia, nasce dal fatto che ad un certo
punto, verso la metà dell'Ottocento, degli studiosi hanno accertato
che la vita dei bambini in istituto era di grandissimo danno allo sviluppo
della loro personalità e di qui l'esigenza di allontanarli. Si
è avuta una crescita culturale importante. Dall'altra parte è
venuto sempre più in evidenza, soprattutto nei paesi occidentali
(Stati Uniti ed Europa), il problema della sterilità, coppie
che non hanno più figli, e una diversa cultura del modo di guardare
l'adozione, nel senso che si è andata gradualmente parificando
la prospettiva dell'adozione come figlio proprio, quindi l'adozione
è stata vista come seconda nascita. Tutta la normativa fino ad
oggi ha cancellato il passato del bambino, ha affermato che il bambino
nasce con l'adozione, la storia precedente non esiste.
Il diritto del bambino ad avere una famiglia deve essere un diritto
che si caratterizza perchè questa famiglia non deve avere nessuna
prospettiva di discriminazione, di tipo sessuale, in ordine all'origine
e all'etnia del bambino; quindi il diritto ad una famiglia va caratterizzato
da questo primo punto. Tuttora c'è una crescente resistenza delle
famiglie italiane per l'adozione di bambini che non siano bianchi, possibilmente
con gli occhi celesti.
Questo nasce soprattutto dal fatto che le famiglie possono scegliere
il Paese dove andare. Mentre, fino ad una decina di anni fa, i paesi
verso cui più si orientavano erano il Brasile e alcuni paesi
del Sud America, oggi la scelta precisa è per i paesi dell'est,
perché sono considerati più affini a noi caratterialmente
e non creano problemi. E' abbastanza singolare che mentre una larga
parte delle persone che ottengono il decreto di idoneità all'adozione
internazionale non ottengono l'adozione, dall'altra parte bambini di
pelle scura non trovano una famiglia, cioè si dice che non c'è
una grande domanda verso i bambini di pelle scura; c'è da dubitare
che siamo razzisti, cioè non vogliamo bambini neri.
Questo è un primo
dato su cui bisogna riflettere e su cui bisogna pensare se vogliamo
davvero il bene del bambino e se vogliamo tutti sullo stesso piano o
se invece facciamo le nostre scelte un po' come fanno negli Stati Uniti,
dove i bambini abbandonati che vengono dichiarati adottabili si fanno
sfilare, le coppie li scelgono e poi li propongono per l'adozione. Il
sistema degli Stati Uniti è sempre abbastanza singolare, noi
non arriviamo a tanto, tuttavia dobbiamo tener conto che non è
detto che siamo buoni, bravi e generosi. Ci sono famiglie che hanno
dato dimostrazione di ampie capacità umane e di volere bene davvero
al bambino con difficoltà, ma ci sono molte famiglie che pongono
questa discriminazione, trovando poi, nei giudici, molta comprensione.
Il problema è che nessuno viene a dire "non voglio il bambino
di pelle scura", dice "io temo che nel mio paese sarebbe motivo
di discriminazione da parte dei compagni, da parte di chi lo incontra,
forse anche nella scuola, quindi, per evitare motivi di sofferenza,
non mi sento di adottarlo. Viene sempre affrontato così il discorso,
in modo da non dire "non voglio il bambino di pelle scura",
ma "lo faccio per il suo bene". Se quando si fa l'informazione,
la formazione, e malgrado la conoscenza di un bisogno superiore di un
bambino di pelle scura verso l'adozione internazionale, restano tuttora
delle perplessità, allora evidentemente ci si rende conto che
siamo di fronte ad una resistenza che deve essere oggetto di riflessione
da parte di tutti noi. Io dico questo non per lanciare delle accuse,
lo dico per dare i termini della realtà dell'adozione, perché
il discorso che si va ponendo è proprio il discorso della tutela,
la tutela degli adulti e non quello della tutela del bambino.
Accanto a questi, nell'adozione vi sono altri diritti del bambino; un
altro è quello cosiddetto principio di sussidiarietà:
l'adozione si fa nel Paese d'origine e solo quando non si può
fare nel paese d'origine può essere fatta in altro paese. Questo
perché il bambino ha diritto a conservare, se non proprio la
sua famiglia, almeno la propria identità culturale, la lingua,
la conoscenza dei luoghi che gli sono familiari. E, infatti, nella nuova
normativa, è indicato proprio questo, che il principio di sussidiarietà
è affermato sempre.
L'ultimo principio abbastanza interessante è quello che riguarda
la prospettiva del diritto di accesso alla conoscenza della famiglia
d'origine. Questa normativa è proposta sia per l'adozione internazionale,
che per l'adozione nazionale. Per l'adozione internazionale la normativa
prevedeva una limitazione molto modesta; è stata poi integrata
dal richiamo all'adozione nazionale la quale prevede che dall'età
di venticinque anni in poi, in rari casi anche prima, è possibile
accedere alle informazioni sulla propria origine. E' interessante rendersi
conto quali sono le prime applicazioni che si stanno facendo in questo
campo; a distanza di quasi un anno dall'entrata in vigore abbiamo avuto
un numero limitatissimo di domande di ricerca delle proprie origini
e in parecchi casi, direi nell'80% dei casi proposti, la domanda non
può essere soddisfatta perché la legge pone un limite
importante: quando i bambini sono stati non riconosciuti alla nascita,
i figli di persona che non intende essere nominata, non si può
accedere alle loro origini.
Quindi la stragrande
maggioranza dei casi di persone che chiedono di conoscere quali erano
le proprie origini, quali sono state le situazioni che hanno portato
al loro abbandono, restano insoddisfatte. Si devono cogliere le ragioni
di queste persone che sono anziane, che hanno vissuto tutta la vita
con questa specie di tarlo, con la prospettiva del perché sono
state abbandonate; alcune non hanno affatto sentimenti di rancore, di
dover contestare l'abbandono, ma solamente l'aspirazione a conoscere,
a sapere chi era questa persona, a capire qual'era la situazione.
I problemi più grossi riguardano la famiglia biologica e i genitori
adottivi. La famiglia biologica ha avuto una grossa tutela con la nuova
normativa, con i sostegni di tipo assistenziale che sono previsti, ma
soprattutto con l'intervento e la previsione normativa, che arriverà
tra qualche mese, della tutela posta da una difesa d'ufficio. Con la
difesa d'ufficio, peraltro, a me sembra che siano tutelati, o che ci
sia una difesa, solo dei genitori, non del minorenne. Il minorenne mentre
è tutelato dalla legge che riguarda i casi di difficoltà
comportamento, di decadenza o limitazione di potestà, non ha
tutela per i casi di adottabilità, in cui il ruolo dei difensori
è quello di difesa dei genitori. Ovviamente è chiaro che
diventa più complessa la situazione: già se ne fanno molto
poche di dichiarazioni di adottabilità, le situazioni di abbandono
dei bambini sono sempre più al limite, non di disimpegno, ma
sono piuttosto di incapacità educativa dei genitori.
Il discorso più consistente riguarda le famiglie adottive, perché
le famiglie che aspirano all'adozione, nei principi normativi, non hanno
nessun diritto. Hanno diritto, nell'adozione nazionale, ad avere una
risposta sullo stato della domanda; dopo tre anni se la domanda non
viene presa in considerazione decade automaticamente. Hanno diritto
ad una domanda nell'adozione internazionale cioè al riconoscimento
della loro eventuale idoneità.
Questo è un dato
assolutamente interessante, cioè che l'idoneità all'adozione
internazionale praticamente viene riconosciuta a tutti o quasi. Nel
1996, le idoneità erano state l'83%, in alcuni Tribunali si giunge
oggi al 90% e si sfiora talora il 100%. Quando, poi, in pochi casi i
Tribunali rigettano la richiesta di idoneità, basta proporre
reclamo alla Corte d'Appello le quali non negano l'idoneità a
nessuno. Ho una posizione molto perplessa su questo punto, perché,
poi, i problemi delle restituzioni, delle crisi, dei fallimenti, finiscono
al Tribunale per i minorenni e finiscono per le coppie stesse che soffrono
di queste difficoltà e finiscono per bambini che già hanno
sofferto da piccoli oppure nella vita che hanno vissuto all'estero,
rischiano di soffrire ancora in Italia, perché con la nuova legislazione
non c'è più un periodo di affidamento preadottivo, non
c'è più una prova, ma è un'adozione che si fa immediatamente
e che è bene che avvenga così perché il bambino
fin dal primo momento arriva in Italia come figlio della famiglia.
Nemmeno all'estero c'è
stato un periodo di "inserimento", di verifica di come vanno
le cose e qui si crea un grosso problema. Nell'adozione internazionale,
quindi, vi è molto riconoscimento del diritto dell'adottante,
peraltro la soluzione o l'aiuto alle coppie adottanti viene, non da
un riconoscimento di diritto, ma dalla modificazione dei requisiti di
età; cioè oggi non solo si è arrivati a quarantacinque
anni nella possibilità di avere l'idoneità, che prima
era limitata a quaranta anni, ma ci sono una serie di deroghe in funzione
delle quali sostanzialmente il limite di età è quasi sempre
saltato; è previsto che basta che uno dei coniugi abbia quarantacinque
anni di differenza rispetto al bambino e l'altro abbia anche dieci anni
di più rispetto al primo, per poter avere l'idoneità all'adozione.
Insomma, si è
un po' inseguito il sistema delle "mamme - nonne" della fecondazione
artificiale e si è, quindi, lasciato uno spazio enorme per cui
tutti ottengono la possibilità di una idoneità all'adozione
internazionale. Questo sta lasciando dubbi in molti studiosi in dottrina
e lascia dubbi anche sulle capacità; molti organismi si sono
dichiarati decisamente contrari a tale prospettiva, che è stata
fatta proprio in vista di adozioni più facili e per una battaglia
politica, con danno, però, per i bambini e per le adozioni.
Noi viviamo molti casi
di restituzione; ne abbiamo allo stato attuale circa otto che sono a
coppie di due ed i casi di difficoltà che abbiamo, sono rinvenienti
proprio da difficoltà di inserimento e segnano spesso la grande
sofferenza del bambino nella vita vissuta in precedenza e questa è
anche la dimostrazione che molti casi non è vero che sistemare
due bambini insieme sia davvero il meglio, anche se sono fratelli, perché
in vari casi i danni di cui sono portatori sono tali che essi aspirano
ad avere tutta per sé la famiglia in cui entrano, ma che la famiglia
che può bastare per uno date le grandi esigenze; e, allora il
problema della formazione e dell'informazione delle coppie è
molto importante; si deve tener conto, salvo che non si parli di bambino
neonato, che i bambini dei paesi stranieri sono portatori di sofferenza,
sono bambini che non hanno vissuto un'infanzia felice, ma hanno vissuto
un'infanzia difficile al pari di quelli che venivano adottati negli
anni scorsi dagli istituti.
Quindi occorre molta
consapevolezza per essere più attenti nella scelta ed essere
davvero consapevoli delle proprie capacità non solo in astratto,
ma in concreto. E poi, quando si fa una domanda di adozione è
bene rendersi conto che, andando all'estero, bisogna avvicinarsi a quella
realtà; la domanda di adozione verso un paese straniero non deve
essere un ripiego, perché non si ottiene l'adozione italiana
o l'inseminazione artificiale, deve essere il frutto di una scelta per
il bambino che si deve adottare. Se davvero si vuole tutelare il diritto
del bambino ad una famiglia bisogna quindi, nel momento in cui si sceglie
l'adozione internazionale, cominciare a capire da quale paese lo si
vuole prendere, perché? Perché è un paese che favorisce
di più le adozioni o perché ho qualche interesse che il
bambino sia di quel paese? Come avvicinarsi a quella realtà,
come informarsi? Ecco è questo un grande impegno che nel prossimo
futuro dovremo un po' tutti insieme proporci, perché la Convenzione
dell'Aja è quella che si può dire una legge di missione,
una legge che ha grandi prospettive, una cultura importante, ma che
ha un lungo cammino ancora da percorrere senza il quale il discorso
non potrà decollare.
Siamo all'inizio di un
cammino in cui se vogliamo una prospettiva unitaria che oggi non è
molto visibile, si potrà andare avanti, altrimenti non ci sarà
una grande tutela dei bambini e degli interessi dei bambini; ci sarà
una tutela migliore di quella che avveniva qualche anno fa, però
il percorso per una reale tutela è ancora da compiere.
torna all'inizio
Dr.
Anna Coppola De Vanna - Psicologa, Giudice onorario presso il Tribunale
per i Minorenni di Bari.
La procedura per l'idoneità all'adozione: il colloquio.
Vorrei soffermare l'attenzione sul termine procedura, inserito nella
prima parte del titolo del mio intervento, e in un secondo momento sul
colloquio. Per quanto riguarda la procedura, l'impegno diretto dei Giudici
onorari e, quindi, il mio personale nell'aspetto procedurale, credo
che si possa configurare in questa maniera. L'informazione e la formazione
delle coppie all'adozione, sia nazionale che internazionale, è
compito dei consultori, degli enti consultoriali i quali redigono una
relazione molto dettagliata su alcuni elementi fondamentali di conoscenza
di quella coppia, della sua storia e della motivazione che porta alla
scelta adottiva. Dopo che questa relazione è pervenuta in Tribunale,
i Giudici onorari che si occupano dell'adozione procedono al cosiddetto
colloquio.
Io vorrei prestare un'attenzione
particolare a questo momento del colloquio e dire che, per quello che
deriva dalla mia esperienza, io trovo questo momento, sia in quanto
psicologa sia come componente privato del Tribunale, una sorta di incontro;
è l'incontro con questa coppia in un tempo specifico della storia
evolutiva che è quello nel quale la coppia decide di trasformare
la sua storia di coniugalità in una storia di genitorialità.
Credo che il primo approccio con la coppia sia una sorta d'incontro,
una sorta di conoscenza, una sorta di esplorazione condivisa di questo
momento del ciclo vitale della coppia che abbiamo di fronte. In un secondo
momento il rapporto con questa coppia verte prevalentemente sulla motivazione
all'adozione, su questa scelta di adottare un bambino e ancora, in un
terzo momento, l'aspetto della peculiarità dell'adozione internazionale.
E, quindi, io vorrei con voi ripercorrere queste tre fasi che abbiamo
distinto per motivi di chiarezza, ma che naturalmente sono compresenti
all'interno del colloquio.
La scelta adottiva tra coniugalità e genitorialità, decidere
di avere un figlio o scegliere di adottarne uno, rappresenta un momento
centrale nella scelta evolutiva di ogni nucleo familiare. Si tratta
di una fase di transizione dalla coniugalità alla genitorialità
e sappiamo tutti che il ciclo vitale di una coppia si sviluppa per cambiamenti
che si verificano sia attraverso un mutamento delle strutture formali
del sistema (uscire dalla famiglia d'origine, un figlio che si allontana,
separazioni, adozioni, ecc.), sia attraverso una modificazione dei processi
relazionali che hanno luogo tra gli appartenenti al sistema. E' come
se il ciclo vitale del sistema si svolgesse su due assi ortogonali:
su un asse sono scandite le necessità del sovrasistema sociale
e del tempo cronologico delle quali il sovrasistema sociale tiene conto
e alle quali la coppia e la famiglia si trovano a dover far fronte e
rispetto alle quali vogliono far fronte per sentirsi adeguate; sull'altro
asse ortogonale è scandito il tempo emotivo ed i processi relazionali.
Il legame di coppia costituisce
sicuramente la fase iniziale del ciclo vitale della coppia e della famiglia
e ha una importanza centrale nella direzione della costituzione della
coppia genitoriale, nel senso che sul valore, sulla consistenza, sulle
capacità di cambiamento della coppia coniugale, si fondano le
capacità genitoriali. Questo soffermare l'attenzione sulla capacità
della coppia coniugale di aver acquisito la consistenza, la solidità
sufficiente ad operare il cambiamento verso la genitorialità,
è un momento centrale del colloquio, perché noi crediamo
che questo ci consenta di comprendere, per esempio, la funzione del
figlio all'interno di quella coppia, nel senso che se quella coppia
è sufficientemente solida, se ha realizzato quelle che sono le
caratteristiche della coniugalità, quasi certamente sarà
nelle condizioni migliori per accogliere, educare e costruire questa
progettualità. Se, al contrario, questa solidità mancherà,
probabilmente il figlio assumerà una funzione vicariante di questa
solidità, con tutti i rischi di fallimenti.
Ecco perché noi
fermiamo l'attenzione su questa conoscenza. Infatti il legame coniugale
si fonda su un originario e originale consenso; originario, perchè
è all'origine del legame stesso; originale, perché è
tipico di ciascuna coppia. Consenso vuol dire conformità di giudizio,
sentire allo stesso modo, acconsentire, accordarsi di due volontà
in ordine all'adempimento di un'obbligazione che è valida per
entrambi. Il consenso definisce l'alleanza. L'alleanza coniugale è
fondamentale, perché deve trasformarsi in alleanza genitoriale.
L'alleanza è la relazione che fisiologicamente aiuta la differenziazione
pacifica: il fine è comune, ma il modo di raggiungerlo è
diverso e dipende dalla diversa competenza, capacità, caratteristiche
dei singoli partners. Gli alleati si scambiano tutte le informazioni
pertinenti che servono per progettare; nessuno si definisce come unica
fonte di informazione e quindi di potere assoluto. I contraenti dell'alleanza
si riferiscono e tendono ad un fine superiore che li include e li rispetta.
Il consenso che allea, per essere veramente efficace, dovrebbe essere
libero, informato e manifesto.
Noi ci chiediamo spesso,
quando incontriamo le coppie, se tutte quelle che incontriamo abbiano
cominciato la loro vita coniugale nella piena libertà, nella
piena conoscenza, nella piena espressione del loro consenso. Sul consenso
originario e sull'alleanza si fonda anche l'altro elemento importante
del legame coniugale che è l'intimità. L'intimità
è un'esperienza complessa, è un concetto difficile da
definire che varia da cultura a cultura. Può essere definita
come un'esperienza coinvolgente e gratificante che deve unire profondamente
i partecipanti all'esperienza stessa, che deve unire, senza alienare
il singolo sul piano delle fantasie, dei sentimenti, delle competenze,
dei giudizi, che deve durare nel tempo per l'impegno dei problemi da
risolvere insieme, che deve caratterizzare una relazione adulta. La
relazione adulta, che dovrebbe diventare relazione coniugale, segna
il dissolversi del sogno puerile dell'accettazione incondizionata e
l'inizio della speranza dell'incontro basato su un Io e un Tu reali
e distinti tanto più quanto sono profondamente in relazione.
Ecco, diciamo che all'interno di questo realizzato incontro, la coppia
decide di adottare un figlio; noi li incontriamo in questa fase del
ciclo vitale. Allora andiamo a guardare le motivazioni rispetto all'adozione,
rispetto alla scelta di accogliere un bambino.
In genere quando si chiede anche informalmente ad una coppia perché
ritenga adottare un bambino, noi attribuiamo una grande importanza a
certi tipi di risposta a questa domanda e le segniamo con segno positivo;
attribuiamo un'altra importanza, e segniamo con segno negativo, ad altri
tipi di risposte. Io vorrei con voi riflettere su questa difficoltà,
su questo pericolo di queste generalizzazioni. Chiediamo "perché
volete adottare un bambino", poi attribuiamo una grande importanza
alle risposte che vengono date dai coniugi a questa domanda dimenticando
che, il più delle volte, esse sono dettate più dalle stimolazioni
che l'ambiente provoca che non dall'analisi dei reali bisogni profondi
della coppia o dei singoli coniugi.
Così finiamo per
dare segno positivo a risposte come "per fare del bene a bambini
che ne hanno bisogno" e per assegnare segno negativo a risposte
del tipo "perché sento il bisogno di avere un figlio".
Ciò è strettamente connesso con alcuni canoni fondamentali
della nostra cultura che, dominata da un fondamentale spirito assistenzialistico
nei confronti di coloro che si trovano in stato di necessità
e da una visione manichea tra buoni e cattivi nell'analisi delle stratificazioni
sociali, predilige atteggiamenti di tipo pietistico più che quelli
di tipo propositivo, progettuale. Ed esaspera gli aspetti positivi del
patto adottivo nei confronti di qualsiasi bambino in stato di difficoltà,
dimenticando che l'adozione non è una situazione sempre e comunque
positiva. La sola valenza positiva è in stretto rapporto con
i bisogni di chi adotta e con quelli di chi viene adottato e che si
realizza felicemente quando dalla gratificazione di questi bisogni si
realizza una significativa relazione affettiva. Dico questo perché
è diventato una sorta di gioco relazionale con le coppie quello
di confrontarsi proprio su queste risposte. La maggior parte delle coppie
davvero risponde "perché voglio fare del bene ad un bambino"
e quando proviamo a discutere su queste cose e proviamo a far riflettere
sul fatto che l'adozione o comunque la genitorialità, non è
un fatto semplicemente oblativo ma è un fatto anche "egoistico",
nel senso di riuscire a ricevere qualcosa da questo, le persone restano
perplesse e poi alcune candidamente confidano che gli è stato
detto che rispondere così "vale di più".
E' la cultura che fa
passare questi messaggi di riconoscimento, a tutti i costi, del fatto
che, se io decido di essere oblativo, di offrire questa disponibilità,
non posso che pensare che mi devo dimenticare che ho invece un bisogno
personale e relazionale di avere un bambino e che queste due cose si
coniugano necessariamente e felicemente senza negare né l'interesse
del bambino in stato di abbandono, che ha bisogno di essere accolto,
né l'interesse della coppia che ha bisogno di accogliere.
E' facile allora che l'opinione comune del contesto sociale nei confronti
del progetto adottivo di una coppia, sia quella che lo interpreta come
un fatto altruistico, nel mentre la dichiarazione dei coniugi sul bisogno
personale delle coppie di avere un figlio viene connotata negativamente
come indicativa di una qualche carenza nel rapporto coniugale.
A nostro parere possono esistere molte motivazioni alla base della scelta
adottiva: alcune attengono a fattori culturali, altre fanno parte del
bagaglio esperenziale di ciascuna coppia. Alle prime, cioè quelle
culturali, appartengono taluni schemi, per i quali la famiglia è
reale, è completa, soltanto quando ci sono i figli, quando per
il loro tramite la famiglia continua. Queste schematizzazioni influenzano
la vita della coppia coniugale che viene considerata coppia solo quando
diventa coppia genitoriale; fino a questo momento l'espressione del
consenso sulla incapacità o indisponibilità ad essere
genitori determinano l'insorgere di un senso di incompetenza o di incapacità
affettiva che si riversa sul vissuto esperenziale intaccando il senso
di autostima che in questi casi è connesso con la fertilità
e con la capacità di procreare. Nasce spesso un vissuto di fallimento
che può avere delle grosse ripercussioni anche sulla vita sessuale
della coppia coniugale, dal momento che, nella maggior parte dei casi,
l'atto sessuale è collegato con l'atto di generare. Una coppia,
che vive questa condizione psicologica, finisce per indirizzarsi alla
scelta adottiva quasi per confrontarsi con l'immagine che il sociale
propone e per sentirsi confermata in una identità che non è
basata tanto sulla relazione peculiare ed unica della coppia in quanto
tale, quanto sulla corrispondenza tra questa coppia specifica e l'immagine
generalizzata e condivisa culturalmente di "coppia".
Detto secondo il linguaggio delle coppie, l'espressione è: "dicono
tutti che non siamo capaci, dicono tutti che non siamo come gli altri".
Ai bisogni personali della coppia appartengono i bisogni personali di
fronte alla genitorialità. Noi definiamo questi bisogni egoistici,
ma non attribuiamo a questo termine una valenza negativa; si tratta
per noi di bisogni che l'Io di ciascun coniuge e l'Io che scaturisce
da questa unione esprimono e che bisogna avere il coraggio di esprimere
e di far esprimere nel colloquio. Bisogni dell'Ego che la coppia coniugale
deve saper riconoscere; taluni errori di impostazione sono possibili
in tale riconoscimento, sia nelle coppie che decidono di avere un figlio,
che nelle coppie che decidono di adottarne uno.
Per esempio, un figlio può essere individuato come elemento di
cementazione per la coppia coniugale o come un possesso, una sorta di
patrimonio della coppia o, peggio ancora, dei coniugi come singoli,
sul quale investire il proprio futuro, oppure può essere un figlio,
un oggetto compensatorio.
Nel momento del colloquio con queste coppie è necessario affrontare
questi argomenti e riuscire a cogliere, per poter discutere, per potersi
confrontare sul significato del figlio all'interno della coppia coniugale,
Se è un cemento perché la coppia vacilla, se compensa
delle mancanze e se, semplicemente e più felicemente è
un modo per progettare.
Noi riteniamo che questi errori siano presenti in un numero molto limitato
di coppie e che il bisogno di genitorialità sia qualcosa di più
profondo. Esso attiene ai desideri reciproci di affettività del
dare e ricevere, ai desideri di una progettualità della coppia
che, nata come legame coniugale, trova una sua fisiologica evoluzione
nella proiezione nel futuro; ai desideri di utilizzare le proprie risorse
affettive a favore di un altro, il figlio, che potrà utilizzarle
per crescere e formarsi.
L'offerta di tali risorse è alla base sempre del progetto adottivo
e che debba trattarsi di un'offerta da una parte e di una utilizzazione
dall'altra, deve essere un fatto chiaro a tutte le coppie che si accingono
a vivere l'esperienza dell'adozione. Un figlio può utilizzare
queste risorse, può utilizzarle solo in parte o in modo confacente
ai suoi bisogni, può adeguarsi in maniera congrua o non congrua
ai modelli educativi che i genitori ipotizzano per lui, tutto questo
fa parte, in modo integrante del rapporto genitori - figli, ed è
uno di quegli aspetti che i coniugi in prospettiva genitoriale devono
tenerne conto.
D'altra parte i bisogni che un bambino ha di essere adottato, possono
essere riassunti in un unico bisogno che è quello dell'appartenenza,
all'interno della quale trovare la sua individualità. Il rispetto
di tale individualità deve essere la base del rapporto di filiazione,
specie nella situazione adottiva, trattandosi di una situazione nella
quale spesso il bambino ha già realizzato progetti di identificazione,
ha acquisito modi di vivere, ha introiettato norme e valori propri del
suo contesto; dimenticare questa condizione e ritenere che idee, norme,
progetti della coppia adottante siano da privilegiare perché
sono propri di adulti che sanno qual è il bene del bambino, significa
porsi in una condizione di colonizzazione, di mistificazione, di interpretazione
del mondo infantile visto dalla parte dell'adulto e quindi lontano da
quello che è il vissuto esperenziale del bambino.
Il rispetto dell'infanzia che noi auspichiamo in ogni situazione di
rapporto adulto - bambino e quindi anche nel progetto di adozione, assume
una valenza ancora maggiore nella situazione adottiva nella quale si
realizza in maniera molto più concreta ed esplicita l'incontro
ovvero il confronto tra storie che devono integrarsi. Questo è
il secondo momento, il terzo momento è quello della peculiarità
dell'adozione internazionale; siamo sempre alle prese con l'incontro
di storie: quella dei genitori che adottano e quella del bambino che
viene adottato, ma si tratta anche di storie che si sono andate costruendo
all'interno di contesti culturali spesso sono molto diversi tra loro.
Possiamo dire che in
questo caso si tratta di diversità che devono integrarsi e questa
integrazione potrà avvenire soltanto a patto che esista il massimo
rispetto della diversità. Crediamo che una delle prove fondamentali
per valutare le capacità genitoriali di una coppia aspirante
all'adozione internazionale debba essere fondata sulle capacità,
che ciascun coniuge ha, di sopportare l'ansia che deriva dal rapporto
con la diversità. In ogni situazione di adozione e, in specie,
in quella di adozione internazionale, riteniamo che un posto rilevante
vada dato al racconto della propria storia e da parte delle coppie e
da parte del bambino. La storia di ciascuno è fatta di tanti
elementi che si accomunano nel ricordo, che è cosa diversa dalla
memoria delle cose passate; per la persona il passato serve per costruire
il presente e il futuro.
Ben più importante
della memoria, il ricordo significa che la condizione dell'individuo
è influenzata sempre dagli elementi precedenti i quali, sebbene
passati, non sono del tutto cessati con il passato, ma continuano ad
agire nel presente. Ed è importante sapere che, oltre al ricordo
che viene narrato e che quindi è espresso in parole, vi è
un'attività del ricordare, che vive nel corpo e nella totalità
della persona; dunque il ricordo è la traccia di tutte le esperienze
vissute, è il segno per il quale oggi noi siamo riconoscibili
nella nostra individualità e che ci fa essere quello che siamo.
Allora è importante che la storia di ciascuno possa essere narrata
cioè riconosciuta anche dall'altro che ascolta.
Nel caso delle storie
dei genitori, del bambino, nella situazione di adozione internazionale
ciò è ancora più importante dal momento che esse
hanno radici diverse. Le radici del passato sono i luoghi, i tempi,
i legami, le emozioni del passato più nascosto sulle quali ciascuno
fonda la sua identità. L'identità del bambino adottato
di una razza diversa, per certi aspetti può essere definita una
identità per integrazione nel senso, cioè, che si costruisce
integrando le proprie radici, che appartengono ad un'altra cultura,
con i modelli propri di una differenza. Identità che si andrà
irrobustendo attraverso il riconoscimento da parte del bambino di nuovi
modelli e di nuovi stili relazionali.
Dal momento dell'incontro
nasce una nuova storia che è quella vissuta e condivisa; si tratta,
per certi aspetti, di una storia avventurosa, come sanno tutte le famiglie
adottive, anche questa tutta da raccontare. Ma l'atto del raccontare
richiede che tra chi narra e chi ascolta ci sia in una condizione di
grande intimità, di confidenza, di fiducia nell'essere compresi
e riconosciuti in quello che si viene narrando; richiede che esista
una relazione fondata sul rispetto, sul riconoscimento della dignità
dell'altro, sulla capacità di condividere sensazioni ed emozioni,
di mettersi nei panni dell'altro, di sopportare l'originalità
delle cose dette, la loro eventuale discordanza da quelle che ci saremmo
aspettati di sentirci dire. Richiede in sostanza una maturità
che dovrebbe essere propria di ogni adulto ma anche la semplicità
che è propria dell'essere bambino.
L'esperienza genitoriale,
comunque realizzata, dovrebbe sempre prevedere l'oscillare tra queste
due condizioni dell'esperienza umana: l'adultità e la fanciullezza.
Essa è un'esperienza entusiasmante che offre molte occasioni
di crescita individuale e di coppia, crescita che assume un valore ancora
più pregnante nel momento in cui trasferisce i suoi effetti sul
processo di crescita del figlio.
Credo che queste osservazioni,
che sono frutto dell'incontro e della condivisione, di questa speranza
dell'incontro che noi leggiamo negli occhi delle coppie e che leggiamo
negli occhi dei bambini da adottare, possano essere il filo conduttore
per evitare un colloquio che sia colloquio tecnico, ma che sia anche
un colloquio di grande confronto di umanità.
torna all'inizio
Diventare
genitori adottivi, esprerienza diretta: Dr. Piero Notaristefano.
Io, insieme a mia moglie Tina, siamo i genitori di un bimbo rumeno di
cinque anni, che abbiamo adottato quasi due anni fa. Tutto è
cominciato cinque anni dopo il matrimonio, innanzi tutto con un'adozione
a distanza, dopo abbiamo fatto l'esperienza dell'accoglienza in casa
di una bimba bielorussa durante il periodo estivo. Sono stati due momenti
molto importanti che ci hanno preparato al passo successivo che è
avvenuto nella primavera del 97, quando decidemmo di donare completamente
il nostro tempo, il nostro affetto, la nostra casa. Posso dire che i
dubbi, le perplessità, le incertezze, sono state tante, ma al
di là del sesso, del colore della pelle, del colore dei suoi
occhi, dello stato di salute, io ero sicuro di una cosa che da qualche
parte su questa terra il nostro bambino stava nascendo. Ironia della
sorte, nella primavera del 97, nasceva nostro figlio Marian.
Nell'estate del 97 la
richiesta di adozione fu inoltrata al Tribunale ed iniziò il
nostro iter formativo per l'idoneità. A fine del 98 è
arrivata l'idoneità e nel gennaio successivo ci siamo rivolti
ad una Associazione che ci propose la Romania come paese in cui procedere
all'adozione. Il 5 gennaio del 2000 siamo stati chiamati dall'Associazione
che ci informò che in Romania c'era un bimbo di quasi tre anni
che potevamo andare a conoscere. Partimmo e finalmente conoscemmo questo
bimbo che, per altezza e peso era pari ad un bimbo di un anno. Tutto
questo passò in second'ordine, perchè dopo qualche ora
già ci chiamava papà e mamma e dopo qualche giorno già
voleva venir via dall'istituto.
Questo non fu possibile,
ma dopo tre mesi, a seguito della sentenza del Tribunale rumeno, siamo
tornati a riprenderlo. Al ritorno in Romania lo trovammo ancora più
denutrito di quanto non lo avessimo lasciato e ricordo che con sé
aveva soltanto un sacchetto di plastica con dentro un pannetto, un paio
di calze e due giochi che gli avevamo lasciato la prima volta che lo
avevamo incontrato e che lui custodiva gelosamente. Siamo tornati in
Italia e i primi due o tre mesi sono stati i più difficili. Il
bimbo era iperattivo, aggressivo, non conoscevamo nulla di lui, delle
sue abitudini, andavamo avanti a tentativi (i primi tempi non sapevamo
come farlo dormire, dopo tanti tentativi riuscimmo a capire che voleva
dormire sul pavimento). E' stato un periodo di sperimentazione trascorso
con il sostegno dei miei colleghi medici, dei docenti della scuola materna
frequentata da Marian che ci hanno dato un grande aiuto. Con coraggio,
pazienza, buona volontà e amore è stato possibile dopo
poco più di due anni che Marian si è ben integrato, è
tranquillo, sereno, ha recuperato anche dal punto di vista fisico.
Ci sono da fare alcune
riflessioni. Innanzi tutto voglio rivolgermi a quelli che supportano
la coppia durante l'iter adottivo. Ovviamente è fondamentale
seguire la coppia nella fase precedente all'adozione, ma dopo? Io penso
che sia ancora più importante la fase successiva, perché
non sempre con le sperimentazioni, con i tentativi si può arrivare
ad una soluzione dei problemi. Non sempre si è capaci di farlo
da soli, noi siamo stati aiutati da persone a noi vicine (medici, insegnanti,
psicologi), però non tutte la coppie possono avere questo aiuto.
Un altro pensiero è rivolto alle coppie che hanno già
adottato: non esitate a chiedere un consiglio, un colloquio al Tribunale,
al consultorio, all'Associazione che vi sta seguendo. Confrontarci con
altre coppie per noi è stato importantissimo; un confronto anche
nell'ambito della stessa coppia tra i coniugi.
Alle coppie che si accingono ad affrontare l'esperienza dell'adozione
posso dire di non mortificarsi se i tempi sono lunghi, se il prezzo
da pagare è alto, perché la ricompensa è grande;
bisogna credere fermamente in qualcosa che prima o poi accadrà.
Alimentare fermamente
questo desiderio, questo sogno; al di là delle difficoltà
incontrate, della confusione iniziale, di piccoli e grandi problemi
da risolvere, quello che per noi era un sogno è diventato una
realtà: nostro figlio ha avuto una famiglia e come lui penso
che in futuro anche altri bambini potranno averla.
torna all'inizio
DIBATTITO
1° intervento.
Il Presidente Occhiogrosso, nella sua premessa faceva
riferimento ai bambini di Cernobyl, quindi suppongo che ci sia una caratterizzazione
specifica, mi piacerebbe saperne di più.
Dott. Occhiogrosso
I bambini di Cernobyl sono bambini che arrivano in Italia periodicamente.
Questa esperienza è ormai molto diffusa in Italia, riguarda circa
40.000 bambini. Solo nel 1999 sono arrivati 28.000 bambini dalla Bielorussia,
8.000 dall'Ucraina, altre migliaia tutti dall'Est, perché si
è partiti dall'idea del problema di Cernobyl e, quindi, di consentire
ai bambini di recuperare capacità migliori rispetto alla condizione
precedente, poi invece è diventato un problema di solidarietà
verso bambini comunque in difficoltà, ma questa solidarietà
si è realizzata esclusivamente verso i Paesi dell'est. Comporta
che almeno un paio di volte all'anno gruppi di bambini arrivino in Italia
in via privata, secondo dei progetti promossi da associazioni private
italiane e bielorusse o ucraine che si incontrano e che ricevono il
beneplacito del Comitato per i minori stranieri italiano.
Fin qui il problema
non presenta niente di particolare se non fosse che i lati negativi
sono costituiti da diversi aspetti: come vengono scelte queste famiglie
che accolgono questi bambini? Sono famiglie private che fanno una presunta
opera di bene per cinque, sei mesi all'anno e in qualche caso è
capitato che in qualche caso, ci fosse persona pregiudicata, maltrattante,
interessata in vicende di questo genere. Le associazioni private non
richiedono nemmeno un certificato penale, non possono avere nemmeno
informazioni dai Carabinieri, perché sono organismi privati,
né hanno l'idea di rivolgersi ad un servizio sociale pubblico,
per far fare almeno un colloquio a queste famiglie.
Questo mi lascia perplesso.
Per quanto riguarda questi bambini: con che criterio vengono scelti
certi bambini e non altri? Alcuni sono nelle liste dei minori dichiarati
adottabili, altri non lo sono. In alcuni casi fanno una domanda; la
gran parte dei casi chiede bambini dell'abbandono, cioè bambini
dell'istituto, caso mai coppie che hanno avuto un rigetto nella valutazione
dell'idoneità e che quindi in questo modo finiscono per creare
una situazione di fatto di legame affettivo di fronte alla quale, poi,
diventa molto più difficile negare eventualmente un'idoneità.
Poi, il problema di fondo
è: nel momento in cui questo legame si crea, che cosa succede
per gli altri bambini che vivono lì? Questi bambini finiscono
per essere dei privilegiati nella tragedia; quando vanno via vanno carichi
di regali, poi le famiglie vanno spesso ad incontrarli, a dare il loro
affetto, a portare altri doni. E l'altro bambino vicino che vede questo
bambino privilegiato? Dal punto di vista dell'adozione questo diventa
peggio del sistema "fai da te" che era previsto prima dell'entrata
in vigore della legge, quando non esisteva la Commissione per le adozioni
internazionali.
La coppia andava all'estero,
prendeva un bambino, lo portava in Italia, il Tribunale non era a conoscenza
di nulla, si aveva un provvedimento dell'autorità del consolato.
Oggi c'è maggiore tutela, però poi abbiamo queste realtà
in cui io posso chiedere un bambino, lo sperimento, mi va bene e poi
chiedo l'idoneità all'adozione. Ci sono poi casi come quello
di due coppie che hanno adottato cinque fratelli che ci dimostra come
la ricchezza umana di alcune famiglie è tanto ampia che copre
qualunque punto di partenza sbagliato. Però la prospettiva di
abbinamento fatto in questo modo mi lascia perplesso.
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2°
intervento Avv. Roberta Milano
"Vorrei sapere se un requisito "preferenziale"
per la coppia possa essere l'affidamento prima di arrivare all'adozione."
Dr. Anna Coppola De Vanna
Lei mi chiede se aver fatto un'esperienza di affidamento rappresenti
un requisito positivo. Noi chiediamo alle coppie, nel corso del colloquio,
se abbiano mai realizzato esperienze di affidamento o se ritengono di
poterlo fare; su questo piano si instaura un discorso sulla qualità
dell'accoglienza, nel senso che noi crediamo che la disponibilità
che si offre nel momento in cui si ipotizza il progetto adottivo che
si concretizzi in una accoglienza temporanea di un bambino in difficoltà,
sia una dimostrazione di progetto di adulto che voglia occuparsi di
un bambino non necessariamente per "possederlo", ma per prendersene
cura. Credo che sia una delle qualità genitoriali fondamentali
quella dell'interesse disinteressato per il bambino. Allora, evidentemente,
su quel terreno si può continuare a conoscere, a rapportarsi
con la coppia.
Non si tratta mai di
dare un voto insufficiente o sufficiente, ma di costruire insieme una
qualità dell'offerta. Evidentemente questa conclusione porta
ad un atto di giudizio, ma credo che sia importante che questo atto
di giudizio si fondi su tutta questa serie di conoscenze e di condivisioni
o non condivisioni e fa da accompagnamento verso l'adozione.
Peraltro mi sembra che
si possa dire che si è installata una nuova cultura dell'adozione:
la nuova normativa va verso queste forme di adultità responsabile
nei confronti del bambino. Quindi ben vengano tutte le esperienze di
affido, perché credo che la cultura della solidarietà
non possa che apprezzare, ma anche qualificare all'adozione.
torna all'inizio
3°
intervento
Negli interventi dei relatori non si è approfondito
il discorso relativo alle Associazioni; coloro che intendono adottare
un bambino, dopo aver ricevuto il decreto di idoneità e, quindi,
essere stati sottoposti ad una serie di colloqui e di verifiche, sono
obbligati a subire, per anni, un ulteriore stadio di colloqui da parte
di psicologi, non so a quale titolo, e anche con costi esorbitanti;
sono associazioni riconosciute dallo Stato, io vorrei un vostro intervento
in merito.
Dott.
Occhiogrosso
Lei tocca un tasto dolente, perché quello degli enti autorizzati
è un problema reale; sono un tentativo di evitare il "fai
da te", nel senso che si evita il mercato, si evita che la coppia
possa andare nel Paese straniero e acquistare il bambino, come prima
avveniva. Proprio in Romania nel 1994 c'è stato il blocco dei
bambini accolti dall'Italia, perché nell'anno precedente erano
stati adottati dall'Italia 1200 bambini; il Procuratore generale della
Repubblica di Bucarest è andato sotto processo perché
accusato di aver colluso con famiglie italiane per favorire delle adozioni
che non erano consentite, quindi i problemi, in realtà, sono
esistenti.
Il problema degli enti
autorizzati è come farli funzionare e se farli funzionare. L'Inghilterra
ha solo quattro enti a cui rivolgersi in tutto il Paese; noi ne abbiamo
cinquantasette. Naturalmente, essendo enti privati, il problema è
quello della concorrenza e di essere privilegiati rispetto agli altri.
Il problema posto delle lunghe attese è collegato probabilmente
a quello che dicevo, cioè al fatto che le possibilità
di adozione anche all'estero non sono tantissime, si vanno riducendo
e, quindi anche loro fanno una specie di selezione per alcune famiglie
rispetto ad altre. Il tentativo di migliorare sta venendo da alcune
Regioni, perché secondo la legge gli enti autorizzati possono
essere realizzati dalle Regioni anche direttamente.
La Regione Piemonte sta
prospettando di realizzare essa stessa un ente autorizzato che, essendo
proveniente da un ente pubblico, avrebbe la possibilità di offrire
costi più ridotti e anche organismi di operatori pubblici che
avrebbe la possibilità di formare più adeguatamente. Questo
sistema, probabilmente, eliminerebbe buona parte degli enti autorizzati
attualmente viventi, però questo è un programma da realizzare.
L'attuale previsione, dal punto di vista delle coppie, è meno
gradita, nel senso che la coppia vede spesso frustrata la possibilità
di avere un bambino rispetto a prima; dal punto di vista del Tribunale,
cioè di coloro che sono molto attenti ai diritti dei bambini,
evitare che un bambino sia venduto è un fatto positivo così
come la garanzia che i bambini che arrivano non abbiano il rischio di
essere venduti.
Se il problema si pone nei confronti dell'ente cui ci si è rivolti,
la coppia ha la possibilità di revocare il mandato all'ente e
rivolgersi ad un altro. Nel caso che lei evidenzia, dell'ente che ha
ritenuto la coppia non idonea dopo che il Tribunale aveva comunque conferito
l'idoneità, deve considerare che la coppia, nell'adozione internazionale,
non ha diritto ad avere il bambino; la valutazione di idoneità
significa avere poi il bambino. Non significa che nella comparazione
successiva tra tutte le coppie che vogliono quel bambino sia preferita.
Quando un bambino viene adottato, la sua situazione viene messa a confronto
tra i genitori che poi adottano e tanti altri che però non sono
privilegiati.
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4°
intervento
Sono un genitore adottivo e posso dire, dopo quattro
anni, che è stata un'esperienza positiva. Per molti aspetti è
un'esperienza speculare con quella del dr. Notaristefano. Volevo sottolineare
il tema delle associazioni a cui anche noi ci siamo rivolti. Abbiamo
seguito il percorso con il Tribunale, abbiamo avuto l'idoneità.
Rivolgendoci ad un'associazione ci sono stati posti molti più
quesiti di quelli che ci avevano posto in Tribunale; molte volte, quando
abbiamo fatto degli incontri con gli psicologi dell'ente, ci siamo fermati
e ci siamo chiesti se eravamo veramente capaci, se in quel momento stavamo
facendo qualcosa di utile, ci siamo messi in discussione molte volte.
Siamo stati contentissimi di questo aspetto, siamo contenti di aver
speso quei soldi e di come siamo stati seguiti e siamo tuttora seguiti.
Il tutto non finisce con il bambino, i problemi vengono dopo. Noi sentiamo
vicino lo psicologo dell'ente, che ogni due mesi viene in Puglia e che
ci ha dato molti suggerimenti. Secondo me sono costi giusti.
Dott.
Occhiogrosso
Questo dato fotografa la situazione che stiamo vivendo; l'adozione internazionale
comincia da poco sul piano del vissuto, i nostri enti devono ancora
attrezzarsi. Alcuni degli enti autorizzati sono molto seri e lavorano
bene nei paesi a cui sono collegati. La prospettiva che si sta delineando
e che la Regione Puglia in questo periodo sta sottoscrivendo, è
proprio quella di formare il personale dei servizi, affinché
si facciano non solo corsi di formazione, ma selezione di equipe specializzate
che possano acquisire esperienza per essere di maggiore sostegno alle
coppie.
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