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Art. 3 dello Statuto “l'Associazione ha lo scopo di promuovere ed aggiornare la cultura giuridica e forense; valorizzare l’Avvocatura, anche nei suoi aspetti previdenziali; analizzare i problemi che  coinvolgono l’attività professionale della classe forense e proporre soluzioni alle competenti Autorità; divulgare i diritti di difesa della persona; promuovere lo sviluppo delle comunicazioni finalizzato all’esercizio della professione degli Avvocati anche attraverso la creazione e la gestione di una rete informatica…; collaborare con Autorità, Enti ed Associazioni; incoraggiare studi, pubblicazioni, manifestazioni, mostre ed esposizioni”.
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Acquaviva delle Fonti, 18 Gennaio 2002
AUDITORIUM LICEO "DON L. MILANI"

UN BAMBINO DA ADOTTARE
Adozione Internazionale: Il diritto ad una famiglia


Saluto e presentazione: Avv. Alessio Carlucci, Presidente Associazione Avvocati e Praticanti
Introduzion
e: Avv. Lucrezia Maselli (esperta in diritto minorile)
Tutela normativa ed applicazioni concrete in materia di adozione internazionale: Dott. F.P. Occhiogrosso (Presidente Tribunale per i minorenni di Bari)
Procedura per l'idoneità all'adozione: Dott.ssa A. De Vanna (Psicologa, Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni di Bari)
Diventare genitori adottivi, esprerienza diretta: Dott. P. Notaristefano (Genitore adottivo)
Dibattito: (Gli interventi del pubblico e le risposte del Dott. Occhiogrosso e della Dott.ssa De Vanna)
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Saluto e presentazione: Avv. Alessio Carlucci - Presidente dell'Associazione Avvocati e Praticanti di Acquaviva e Cassano.

Oggi siamo qui ad occuparci di un tema, quello dell'adozione internazionale, che interessa e coinvolge il settore della giustizia minorile perché è appunto il Tribunale per i minorenni che è chiamato a decidere sulle domande di adozione internazionale che sempre più numerose sono proposte ogni giorno.

Il Tribunale per i minorenni è giudice specializzato dei tanti , tantissimi problemi di interesse giuridico e non solo giuridico che investono il minore. Qualcuno potrebbe pensare a proposito del Tribunale per i minorenni ad una istituzione con una competenza limitata, settoriale, seppure approfondita, cioè un Giudice con una prospettiva limitata nell'universo giuridico.

Così non è, perché il mondo minorile è esso stesso un universo a parte, con una infinità di situazioni che non sono solo giuridiche, ma anche e soprattutto umane, psicologiche e sociali e comprende tanti settori anche molto diversi tra di loro, che sicuramente richiedono un approfondimento obbligato, un'ulteriore necessaria specializzazione. Intendo riferirmi al processo penale a carico di minori, che è un momento in cui, non solo si accerta l'esistenza eventuale di un reato e se il minore lo ha commesso, ma si vuole soprattutto cogliere il disagio del soggetto per il quale il reato costituisce una spia, un segnale; perché il minore imputato è anche vittima che compie qualcosa di innaturale ed è segno che qualcosa di irrinunciabile gli è stato negato (il gioco, lo studio, la spensieratezza).

Un altro settore di cui si occupa il diritto minorile può essere quello in cui il minore è direttamente vittima di violenze, abusi fisici, sessuali, morali e sociali. E' un settore diverso da quello del processo minorile, riguarda tutta una serie di situazioni nelle quali il minore va tutelato; non penso soltanto alla pedofilia, alla pornografia minorile, alla violenza in famiglia, ma anche al lavoro nero, all'evasione scolastica che nega al minore il diritto fondamentale a crescere e ad inserirsi nel contesto sociale.

C'è poi il settore dell'adozione anch' esso è particolarissimo, richiede una competenza multidisciplinare. Quello dell'adozione internazionale e nazionale è momento di intervento della giustizia in cui l'obiettivo prevalente se non esclusivo è quello della tutela del minore. Non mi riferisco solo ai casi particolari; il Tribunale per i minorenni è chiamato ad accertare se il minore viene accolto in un nucleo familiare dove sussistono tutte le condizioni che la legge richiede per l'adozione internazionale, i cosiddetti requisiti. Intendo riferirmi ad un momento di tutela più ampio e generale. Con l'istituto dell'adozione internazionale io penso che si intenda "risarcire" il minore che è stato privato di un diritto fondamentale, quale quello ad avere una famiglia; una famiglia sana, normale, un'infanzia ed una adolescenza serena e anche una giusta affettività. Ed è questo che accerta il Giudice minorile: che il minore venga reintegrato in questi valori attraverso quello che sembra un percorso solo giuridico ma che non lo è affatto.
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Introduzione: Avv. Lucrezia Maselli.

Questo convegno dimostra, ancora una volta, l'attenzione che l'Associazione presta al mondo dell'infanzia e a problemi che sicuramente non riguardano solo gli Avvocati ma che coinvolgono altre professionalità ed interessano l'intera comunità. Ecco, quindi, l'organizzazione di un altro incontro in cui protagonisti sono i bambini.

La diffusione di una cultura sull'adozione, incrementata dai mass media (al di là dello slogan "Adozioni più facili"), ha favorito la concentrazione di interessi ed il moltiplicarsi di dibattiti stante anche la tormentata attuazione, le problematiche e le difficoltà scaturite a seguito prima dell'approvazione della legge 476/98 (di ratifica della Convenzione Aja), poi del confluire dei vari progetti di legge nella riforma del 2001. La normativa sulle adozioni pone problematiche che stimolano un'operatività concreta e multidisciplinare che coinvolge, come sempre quando "parliamo" di bambini, vari operatori: il Tribunale, i Servizi, la Scuola, gli Avvocati.
Come ogni riforma che produce mutamenti ha avuto un avvio difficile e ciò accadrà anche per l'adozione interna, quando la relativa legge di riforma, la l.28.03.2001 n°149, sarà del tutto vigente. La l. 476/98 ha modificato le procedure, ha reso obbligatoria l'intermediazione degli enti autorizzati e istituito la Commissione per le adozioni internazionali, che ha compiti di promozione, di amministrazione attiva e di controllo, di tutela in sede amministrativa e di studio.

Le citate riforme erano entrambe necessarie per migliorare la qualità dell'adozione, approfondendo i requisiti degli aspiranti genitori e assicurando loro un percorso di preparazione e sostegno, frenando un mercato che a livello mondiale stava diventando selvaggio, dando risposta ad istanze nuove (come la richiesta di conoscenza delle origini da parte dell'adottato) e assicurando a chi inizia l'iter adottivo l'assoluta trasparenza nelle procedure.

Il nostro Paese è interessato da un processo di denatalità che lo colloca agli ultimi posti nella graduatoria mondiale di livello di fertilità e questo porta ad una maggiore spinta verso la scelta adottiva. Si è assistito, negli ultimi anni ad un progressivo aumento delle domande di adozione. Soprattutto quelle di adozione internazionale, che rischiano, però, di essere una scelta residuale e non una scelta voluta e consapevole per chi non riesce ad avere in adozione un bambino italiano; sono cresciute a dismisura anche perché, considerato il numero dei minori dichiarati adottabili, sono valutate come la via più rapida per non subire le estenuanti attese dell'adozione nazionale.

Tuttavia così si pone il rischio fortissimo che il bambino sia visto non come soggetto, ma come oggetto e che il suo diritto ad avere una famiglia possa essere superato dal desiderio della coppia ad avere un figlio. Fino a poco tempo fa nell'adozione internazionale predominavano gli interessi dell'adulto rispetto a quelli del bambino, la cui unica tutela a suo favore era quella di allontanarlo da un paese povero e degradato per inserirlo in una nuova famiglia, spesso considerata adeguata solo perché economicamente e culturalmente più ricca. Questa poca attenzione alle reali esigenze psico - affettive del fanciullo straniero determinava in alcuni casi il fallimento dell'adozione, con tutta la sofferenza che ne deriva. Il punto di partenza dovrebbe essere il bambino, il suo diritto a crescere ed essere educato nell'ambito della propria famiglia, a meno che la separazione dai propri genitori non sia necessaria nell'interesse preminente del fanciullo. Interesse che è quello di crescere in un ambiente sano ed affettuoso.

L'adozione, quindi, si configura come estremo rimedio ad accertata ed irreparabile situazione di abbandono, ultima soluzione per assicurare al minore assistenza e affetto; può essere attuata solo dopo che sia accertato che non sono praticabili le strade dell'aiuto alla famiglia naturale o dell'accoglienza del bambino in una famiglia sostitutiva scelta nel suo stesso Stato di nascita (principio di sussidiarietà dell'adozione internazionale l.476/98). Principio fondamentale è che l'adozione costituisce uno strumento di protezione sostitutiva.

L'art. 20 della Convenzione sui diritti del fanciullo (New York 20.11.89), prevede che "ogni fanciullo, il quale è temporaneamente o definitivamente privato del suo ambiente familiare, oppure non può essere lasciato in tale ambiente nel suo proprio interesse, ha diritto ad una protezione e ad aiuti speciali dello Stato. Gli Stati parti prevedono per questo fanciullo una protezione sostitutiva, in conformità con la loro legislazione nazionale…". Il bambino deve avere la propria famiglia e non la famiglia avere il suo bambino. L'adozione non deve essere un mezzo per dare un figlio a una coppia che non l'ha ma un atto di amore per dare dei genitori a un bambino che ne è privo, offrirgli la possibilità di un progetto di vita, affettivo, culturale, sanitario.
Però, al diritto del bambino ad avere e a crescere in una famiglia, si affianca la richiesta dei coniugi. La coppia ha una maggiore tutela nella riforma sull'adozione internazionale del 31.12.1998 n°476, che ha anche subito modifiche con la legge 28.03.2001 n°149; questa, introducendo l'obbligo di informazione e formazione, consiglia agli operatori sociali e giudiziari una capacità di rapporto più empatica, consapevole delle attese delle coppie e aperta al loro ascolto. Non selezione della coppia, ma costruzione con i coniugi della disponibilità all'accoglienza del bambino.

Deve essere vista come accoglienza del bambino nella famiglia, un rapporto adottante - adottato per nulla inferiore a quello biologico (accoglienza reciproca). La scelta di adottare un bambino è una scelta definitiva e prevede lo stesso profondo coinvolgimento della scelta di generarlo.
Non mi soffermerò a lungo sulle condizioni per l'idoneità, gli aspetti normativi e i problemi incontrati dalle coppie, perché saranno oggetto dei successivi e sicuramente più qualificati interventi.
Voglio solo dire che la dichiarazione di idoneità è un tentativo di favorire il migliore incontro tra gli aspiranti all'adozione e il minore che arriva da una vicenda di abbandono. Per l'adozione internazionale alcuni tribunali parlano di adozione particolarissima, perché ritengono che occorra acquisire la certezza dell'idoneità dei coniugi ad aiutare il minore anche a superare le difficoltà di inserimento in un paese diverso da quello di nascita, con un contesto socio economico diverso e affrontare, quindi, questo tipo di problemi.
Perché due coniugi vengano dichiarati idonei, devono essere presenti sia requisiti affettivi e documentabili (differenza di età, durata del matrimonio, unità della coppia) sia requisiti soggettivi e cioè l'idoneità ad educare, istruire e mantenere i minori che si intendono adottare. [art. 6 L.184/1983 modificata dalla l. 28.03.01 n.149]

Il decreto di idoneità è atto tipico dell'adozione internazionale; in quella nazionale il Tribunale non rilascia alcuna certificazione, decide dell'idoneità all'adozione di un bambino preciso, di un singolo minore adottabile, di cui egli conosce tutte le caratteristiche (negazione del diritto alla difesa, perché in assenza di un provvedimento non è possibile alcuna azione di reclamo).
La coppia che intende adottare deve rivolgersi ad un ente autorizzato dopo aver ottenuto il decreto che certifichi l'idoneità all'adozione internazionale. Tale decreto è rilasciato dal Tribunale per i minorenni territorialmente competente successivamente ad un'istruttoria compiuta inizialmente dai servizi sociali e poi proseguita dal Tribunale.

I servizi sociali cui è delegata l'istruttoria devono oltre che informare e preparare la coppia, acquisire elementi sulla situazione personale familiare e sanitaria degli aspiranti genitori adottivi, sul loro ambiente sociale, sulle motivazioni che li determinano, sulla loro attitudine a farsi carico di un'adozione internazionale, sulla loro capacità rispetto all'accoglienza del o dei minori, nonché acquisizione di ogni elemento utile per la valutazione da parte del tribunale della loro idoneità. Una volta ricevuta la relazione da parte dei servizi, il Tribunale emette il decreto di idoneità, il quale, se positivo, ha efficacia per tutta la durata della procedura; la coppia, però, entro dodici mesi dalla comunicazione del provvedimento deve affidare la propria pratica ad uno degli enti autorizzati il quale comunica al Tribunale l'apertura della procedura adottiva.

Il periodo precedente all'adozione, quindi, dovrebbe servire per costruire con i coniugi una loro disponibilità di vita verso il bambino, non solo per selezionare. Purtroppo molte coppie quando arrivano al figlio adottivo ormai sono sfinite. E' importante, allora, che i servizi e i Tribunali per i Minorenni colgano l'importanza della durata della procedura perché una coppia sia ritenuta idonea (mi diceva un genitore adottivo: non può durare tre anni una gravidanza). Viene dato per scontato che, a fronte della sofferenza del bambino in stato di abbandono, l'adulto abbia gli strumenti e la capacità per superare le frustrazioni e, quindi, la sua posizione passa automaticamente in secondo piano. Pur nella doverosa attenzione alla tutela della posizione giuridica del minore, e alla preminenza del suo interesse, si può e si deve rivolgere ascolto e comprensione all'adulto interessato dal progetto adottivo: l'ascolto degli aspiranti all'adozione si auspica che non si risolva in una mera formalità.

Nell'ambito della multidisciplinarietà, corresponsabile di un progetto educativo e di inserimento per i bambini adottati è la scuola. Il bambino adottato straniero non può evitare il confronto tra l'identità culturale di provenienza e quella di adozione. Si può trovare a dover affrontare le domande o le richieste degli insegnanti e dei compagni e può trovarsi in difficoltà nel rispondere e spiegare la situazione. E' importante, quindi che i bambini siano abituati a capire, ad accettare la diversità di altri vissuti.

Il bambino entra nella scuola con conoscenze e ricordi che derivano dalla sua vita passata che sono sicuramente differenti da quelle degli altri bambini. Gli insegnanti devono creare un clima in classe dove ognuno possa trovare una propria collocazione e possa sentirsi a suo agio. Bisogna rendersi conto che ogni informazione che si dà ha una ripercussione emotiva ed affettiva (il problema del sottosviluppo, trattato normalmente dall'insegnante, in una bambina adottata in India avrà una risonanza emotiva molto forte); è utile raccogliere le informazioni necessarie sulla biografia del minore e avere contatti e incontri con i genitori prima e durante la frequenza scolastica. La famiglia adottiva sicuramente spera di trovare nella scuola un interlocutore privilegiato e competente per favorire la riuscita positiva dell'adozione.

Per quanto riguarda, poi, il ruolo che noi avvocati siamo chiamati a svolgere, qual è il compito dell'avvocato in questo sistema? Al di là della funzione di consulente per i vari operatori e per gli enti che possono avere la necessità di consultare un legale, di verifica della legittimità delle procedure, di difesa della coppia soprattutto in sede di reclamo dinanzi alla Corte d'appello avverso il decreto di inidoneità, un nuovo ruolo si delinea per l'avvocato con la riforma del marzo 2001 (anche se relativo in misura maggiore all'adozione nazionale).

La nuova legge ha introdotto l'obbligatorietà della difesa tecnica per il minore, i genitori e i parenti entro il quarto grado nel procedimento relativo allo stato di abbandono e ciò al fine di garantirgli il diritto alla famiglia d'origine. Si pongono tutta una serie di problemi relativi ai tempi, alle incertezze circa la formazione della prova (potranno i difensori fare ricorso alla prova testimoniale, alle consulenze tecniche di parte?), alla difesa d'ufficio, dovuti anche al rinvio nell'applicazione, problemi che mi auguro non allungheranno i tempi a tutto discapito dei bambini. Indipendentemente dal ruolo rivestito, però, è necessario che l'avvocato che si occupi di minori attui un equilibrio, che consenta di contemperare gli interessi delle parti.

Concludo con un brano che mi sembra riassuma quello che l'adozione deve essere: "Le ragioni profonde per adottare un figlio dovrebbero essere le stesse che inducono ogni coppia a generare: anche l'adozione, infatti, è una generazione, cioè il dono della vita affettiva, psicologica, sociale, ad un essere umano che è stato solo procreato" (Maria Teresa Pedrocco Biancardi psicologa).
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Tutela normativa ed applicazioni concrete in materia di adozione internazionale: Dr. Occhiogrosso - Presidente del Tribunale per i Minorenni di Bari.

Tutela normativa ed applicazioni in materia di adozione internazionale.
Mi soffermerò poco sulla tutela normativa, parlerò un po' più di esperienze del quotidiano. Io vorrei porre qualche dubbio su questa tematica; qualche dubbio su che cosa vogliono gli adulti nell'adozione internazionale, su cosa vogliono gli avvocati, su quali diritti si sono realizzati.
Affronterò il discorso tenendo in considerazione tre prospettive: il problema dei fallimenti delle adozioni (le restituzioni), il problema dei bambini di Cernobyl, che è l'alternativa "fatta in casa"all'adozione della Convenzione Aja, e la terza prospettiva che è il problema della cosiddetta adozione "mite" che è un'adozione diversa da quella legittimante ma che probabilmente serve oggi non meno dell'altra perché dà delle soluzioni meno rigide alla prospettiva adottiva e alla tutela dei bambini italiani e anche stranieri. In particolare, potrebbe porsi per i bambini musulmani, nell'islam, infatti, l'adozione non è ammessa; c'è solamente un istituto di affidamento, la kabala, che consente la permanenza presso una famiglia, ma mai l'interruzione del rapporto con la famiglia d'origine.

Una delle caratteristiche che, in tema di adozione, si va proponendo è questa; l'adozione è sempre stata tradizionalmente una specie di spia del modo in cui in ciascun periodo la comunità ha guardato alla famiglia legittima. Ci sono stati dei momenti in cui essa è stata molto in auge nella storia dell'umanità e altri momenti in cui è stata guardata con grande diffidenza.

Al di là del fatto che, per esempio, nel periodo romano Tiberio era stato adottato da Nerone e così è avvenuto per una serie di imperatori quasi a legittimare, con questa forma adottiva, una specie di designazione ante litteram per il successore rispetto al precedente imperatore. Durante il Medio Evo l'adozione è stata guardata con grande diffidenza; si temeva da parte della famiglia legittima l'ingresso di estranei perché c'era il pericolo che attentassero al feudo, che potessero mettere in discussione la prospettiva di successione. Per venire ai tempi nostri, fino al 1942 l'adozione di minorenni era vietata in Italia, l'adozione che il codice del 1865 prevedeva era solo quella di ultradiciottenni e quindi, sostanzialmente, l'adozione di adulti. Basta pensare a questo, per cogliere quale salto si sia fatto quando si consideri che, dal 1967 ad oggi, si va verso la prospettiva di avere cinque leggi: una nel '67, una nell'83 poi nel giro di tre anni tre leggi e se ne aspetta una quarta: quella del 98, quella del 2001 di riforma, poi la 240/01, che ha convertito la legge di sospensione dell'applicazione della normativa riguardante le norme processuali in tema di adottabilità e l'altra che dovrà ancora venire e disciplinare questa prospettiva. Siamo quindi in una situazione di precarietà perché non c'è ancora una certezza normativa. Questa situazione di precarietà pesa, nel senso che ci sono tensioni, polemiche.

Io credo che il discorso di fondo sia nel bilanciamento dei diritti che l'adozione propone rispetto ai soggetti che ne sono protagonisti. Sono tre: il minorenne, la famiglia biologica, d'origine, e gli aspiranti adottanti. Per i minorenni la normativa prevede oggi diritti che si possono puntualmente individuare.
Il diritto alla famiglia, quello che è al centro del nostro discorso, si articola in due altri diritti: uno è il diritto alla propria famiglia e oggi si chiarisce che la propria famiglia non è quella che si estende a tutti i parenti tenuti agli alimenti, ma si precisa che sono i parenti fino al quarto grado, sempre che abbiano rapporti significativi con il bambino e sempre che non ci siano i genitori. Oltre al diritto alla propria famiglia, c'è il diritto alla famiglia. Il diritto alla famiglia è diritto a riconoscere che il bambino vive bene in quanto vive in una famiglia.

Tutta la normativa sulle adozioni gioca su due fatti: uno di cultura maggiore per i diritti del minore, l'altro per i bisogni degli adulti. La tutela dei diritti dell'infanzia, nasce dal fatto che ad un certo punto, verso la metà dell'Ottocento, degli studiosi hanno accertato che la vita dei bambini in istituto era di grandissimo danno allo sviluppo della loro personalità e di qui l'esigenza di allontanarli. Si è avuta una crescita culturale importante. Dall'altra parte è venuto sempre più in evidenza, soprattutto nei paesi occidentali (Stati Uniti ed Europa), il problema della sterilità, coppie che non hanno più figli, e una diversa cultura del modo di guardare l'adozione, nel senso che si è andata gradualmente parificando la prospettiva dell'adozione come figlio proprio, quindi l'adozione è stata vista come seconda nascita. Tutta la normativa fino ad oggi ha cancellato il passato del bambino, ha affermato che il bambino nasce con l'adozione, la storia precedente non esiste.

Il diritto del bambino ad avere una famiglia deve essere un diritto che si caratterizza perchè questa famiglia non deve avere nessuna prospettiva di discriminazione, di tipo sessuale, in ordine all'origine e all'etnia del bambino; quindi il diritto ad una famiglia va caratterizzato da questo primo punto. Tuttora c'è una crescente resistenza delle famiglie italiane per l'adozione di bambini che non siano bianchi, possibilmente con gli occhi celesti.
Questo nasce soprattutto dal fatto che le famiglie possono scegliere il Paese dove andare. Mentre, fino ad una decina di anni fa, i paesi verso cui più si orientavano erano il Brasile e alcuni paesi del Sud America, oggi la scelta precisa è per i paesi dell'est, perché sono considerati più affini a noi caratterialmente e non creano problemi. E' abbastanza singolare che mentre una larga parte delle persone che ottengono il decreto di idoneità all'adozione internazionale non ottengono l'adozione, dall'altra parte bambini di pelle scura non trovano una famiglia, cioè si dice che non c'è una grande domanda verso i bambini di pelle scura; c'è da dubitare che siamo razzisti, cioè non vogliamo bambini neri.

Questo è un primo dato su cui bisogna riflettere e su cui bisogna pensare se vogliamo davvero il bene del bambino e se vogliamo tutti sullo stesso piano o se invece facciamo le nostre scelte un po' come fanno negli Stati Uniti, dove i bambini abbandonati che vengono dichiarati adottabili si fanno sfilare, le coppie li scelgono e poi li propongono per l'adozione. Il sistema degli Stati Uniti è sempre abbastanza singolare, noi non arriviamo a tanto, tuttavia dobbiamo tener conto che non è detto che siamo buoni, bravi e generosi. Ci sono famiglie che hanno dato dimostrazione di ampie capacità umane e di volere bene davvero al bambino con difficoltà, ma ci sono molte famiglie che pongono questa discriminazione, trovando poi, nei giudici, molta comprensione. Il problema è che nessuno viene a dire "non voglio il bambino di pelle scura", dice "io temo che nel mio paese sarebbe motivo di discriminazione da parte dei compagni, da parte di chi lo incontra, forse anche nella scuola, quindi, per evitare motivi di sofferenza, non mi sento di adottarlo. Viene sempre affrontato così il discorso, in modo da non dire "non voglio il bambino di pelle scura", ma "lo faccio per il suo bene". Se quando si fa l'informazione, la formazione, e malgrado la conoscenza di un bisogno superiore di un bambino di pelle scura verso l'adozione internazionale, restano tuttora delle perplessità, allora evidentemente ci si rende conto che siamo di fronte ad una resistenza che deve essere oggetto di riflessione da parte di tutti noi. Io dico questo non per lanciare delle accuse, lo dico per dare i termini della realtà dell'adozione, perché il discorso che si va ponendo è proprio il discorso della tutela, la tutela degli adulti e non quello della tutela del bambino.

Accanto a questi, nell'adozione vi sono altri diritti del bambino; un altro è quello cosiddetto principio di sussidiarietà: l'adozione si fa nel Paese d'origine e solo quando non si può fare nel paese d'origine può essere fatta in altro paese. Questo perché il bambino ha diritto a conservare, se non proprio la sua famiglia, almeno la propria identità culturale, la lingua, la conoscenza dei luoghi che gli sono familiari. E, infatti, nella nuova normativa, è indicato proprio questo, che il principio di sussidiarietà è affermato sempre.

L'ultimo principio abbastanza interessante è quello che riguarda la prospettiva del diritto di accesso alla conoscenza della famiglia d'origine. Questa normativa è proposta sia per l'adozione internazionale, che per l'adozione nazionale. Per l'adozione internazionale la normativa prevedeva una limitazione molto modesta; è stata poi integrata dal richiamo all'adozione nazionale la quale prevede che dall'età di venticinque anni in poi, in rari casi anche prima, è possibile accedere alle informazioni sulla propria origine. E' interessante rendersi conto quali sono le prime applicazioni che si stanno facendo in questo campo; a distanza di quasi un anno dall'entrata in vigore abbiamo avuto un numero limitatissimo di domande di ricerca delle proprie origini e in parecchi casi, direi nell'80% dei casi proposti, la domanda non può essere soddisfatta perché la legge pone un limite importante: quando i bambini sono stati non riconosciuti alla nascita, i figli di persona che non intende essere nominata, non si può accedere alle loro origini.

Quindi la stragrande maggioranza dei casi di persone che chiedono di conoscere quali erano le proprie origini, quali sono state le situazioni che hanno portato al loro abbandono, restano insoddisfatte. Si devono cogliere le ragioni di queste persone che sono anziane, che hanno vissuto tutta la vita con questa specie di tarlo, con la prospettiva del perché sono state abbandonate; alcune non hanno affatto sentimenti di rancore, di dover contestare l'abbandono, ma solamente l'aspirazione a conoscere, a sapere chi era questa persona, a capire qual'era la situazione.

I problemi più grossi riguardano la famiglia biologica e i genitori adottivi. La famiglia biologica ha avuto una grossa tutela con la nuova normativa, con i sostegni di tipo assistenziale che sono previsti, ma soprattutto con l'intervento e la previsione normativa, che arriverà tra qualche mese, della tutela posta da una difesa d'ufficio. Con la difesa d'ufficio, peraltro, a me sembra che siano tutelati, o che ci sia una difesa, solo dei genitori, non del minorenne. Il minorenne mentre è tutelato dalla legge che riguarda i casi di difficoltà comportamento, di decadenza o limitazione di potestà, non ha tutela per i casi di adottabilità, in cui il ruolo dei difensori è quello di difesa dei genitori. Ovviamente è chiaro che diventa più complessa la situazione: già se ne fanno molto poche di dichiarazioni di adottabilità, le situazioni di abbandono dei bambini sono sempre più al limite, non di disimpegno, ma sono piuttosto di incapacità educativa dei genitori.

Il discorso più consistente riguarda le famiglie adottive, perché le famiglie che aspirano all'adozione, nei principi normativi, non hanno nessun diritto. Hanno diritto, nell'adozione nazionale, ad avere una risposta sullo stato della domanda; dopo tre anni se la domanda non viene presa in considerazione decade automaticamente. Hanno diritto ad una domanda nell'adozione internazionale cioè al riconoscimento della loro eventuale idoneità.

Questo è un dato assolutamente interessante, cioè che l'idoneità all'adozione internazionale praticamente viene riconosciuta a tutti o quasi. Nel 1996, le idoneità erano state l'83%, in alcuni Tribunali si giunge oggi al 90% e si sfiora talora il 100%. Quando, poi, in pochi casi i Tribunali rigettano la richiesta di idoneità, basta proporre reclamo alla Corte d'Appello le quali non negano l'idoneità a nessuno. Ho una posizione molto perplessa su questo punto, perché, poi, i problemi delle restituzioni, delle crisi, dei fallimenti, finiscono al Tribunale per i minorenni e finiscono per le coppie stesse che soffrono di queste difficoltà e finiscono per bambini che già hanno sofferto da piccoli oppure nella vita che hanno vissuto all'estero, rischiano di soffrire ancora in Italia, perché con la nuova legislazione non c'è più un periodo di affidamento preadottivo, non c'è più una prova, ma è un'adozione che si fa immediatamente e che è bene che avvenga così perché il bambino fin dal primo momento arriva in Italia come figlio della famiglia.

Nemmeno all'estero c'è stato un periodo di "inserimento", di verifica di come vanno le cose e qui si crea un grosso problema. Nell'adozione internazionale, quindi, vi è molto riconoscimento del diritto dell'adottante, peraltro la soluzione o l'aiuto alle coppie adottanti viene, non da un riconoscimento di diritto, ma dalla modificazione dei requisiti di età; cioè oggi non solo si è arrivati a quarantacinque anni nella possibilità di avere l'idoneità, che prima era limitata a quaranta anni, ma ci sono una serie di deroghe in funzione delle quali sostanzialmente il limite di età è quasi sempre saltato; è previsto che basta che uno dei coniugi abbia quarantacinque anni di differenza rispetto al bambino e l'altro abbia anche dieci anni di più rispetto al primo, per poter avere l'idoneità all'adozione.

Insomma, si è un po' inseguito il sistema delle "mamme - nonne" della fecondazione artificiale e si è, quindi, lasciato uno spazio enorme per cui tutti ottengono la possibilità di una idoneità all'adozione internazionale. Questo sta lasciando dubbi in molti studiosi in dottrina e lascia dubbi anche sulle capacità; molti organismi si sono dichiarati decisamente contrari a tale prospettiva, che è stata fatta proprio in vista di adozioni più facili e per una battaglia politica, con danno, però, per i bambini e per le adozioni.

Noi viviamo molti casi di restituzione; ne abbiamo allo stato attuale circa otto che sono a coppie di due ed i casi di difficoltà che abbiamo, sono rinvenienti proprio da difficoltà di inserimento e segnano spesso la grande sofferenza del bambino nella vita vissuta in precedenza e questa è anche la dimostrazione che molti casi non è vero che sistemare due bambini insieme sia davvero il meglio, anche se sono fratelli, perché in vari casi i danni di cui sono portatori sono tali che essi aspirano ad avere tutta per sé la famiglia in cui entrano, ma che la famiglia che può bastare per uno date le grandi esigenze; e, allora il problema della formazione e dell'informazione delle coppie è molto importante; si deve tener conto, salvo che non si parli di bambino neonato, che i bambini dei paesi stranieri sono portatori di sofferenza, sono bambini che non hanno vissuto un'infanzia felice, ma hanno vissuto un'infanzia difficile al pari di quelli che venivano adottati negli anni scorsi dagli istituti.

Quindi occorre molta consapevolezza per essere più attenti nella scelta ed essere davvero consapevoli delle proprie capacità non solo in astratto, ma in concreto. E poi, quando si fa una domanda di adozione è bene rendersi conto che, andando all'estero, bisogna avvicinarsi a quella realtà; la domanda di adozione verso un paese straniero non deve essere un ripiego, perché non si ottiene l'adozione italiana o l'inseminazione artificiale, deve essere il frutto di una scelta per il bambino che si deve adottare. Se davvero si vuole tutelare il diritto del bambino ad una famiglia bisogna quindi, nel momento in cui si sceglie l'adozione internazionale, cominciare a capire da quale paese lo si vuole prendere, perché? Perché è un paese che favorisce di più le adozioni o perché ho qualche interesse che il bambino sia di quel paese? Come avvicinarsi a quella realtà, come informarsi? Ecco è questo un grande impegno che nel prossimo futuro dovremo un po' tutti insieme proporci, perché la Convenzione dell'Aja è quella che si può dire una legge di missione, una legge che ha grandi prospettive, una cultura importante, ma che ha un lungo cammino ancora da percorrere senza il quale il discorso non potrà decollare.

Siamo all'inizio di un cammino in cui se vogliamo una prospettiva unitaria che oggi non è molto visibile, si potrà andare avanti, altrimenti non ci sarà una grande tutela dei bambini e degli interessi dei bambini; ci sarà una tutela migliore di quella che avveniva qualche anno fa, però il percorso per una reale tutela è ancora da compiere.
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Dr. Anna Coppola De Vanna - Psicologa, Giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bari.

La procedura per l'idoneità all'adozione: il colloquio.
Vorrei soffermare l'attenzione sul termine procedura, inserito nella prima parte del titolo del mio intervento, e in un secondo momento sul colloquio. Per quanto riguarda la procedura, l'impegno diretto dei Giudici onorari e, quindi, il mio personale nell'aspetto procedurale, credo che si possa configurare in questa maniera. L'informazione e la formazione delle coppie all'adozione, sia nazionale che internazionale, è compito dei consultori, degli enti consultoriali i quali redigono una relazione molto dettagliata su alcuni elementi fondamentali di conoscenza di quella coppia, della sua storia e della motivazione che porta alla scelta adottiva. Dopo che questa relazione è pervenuta in Tribunale, i Giudici onorari che si occupano dell'adozione procedono al cosiddetto colloquio.

Io vorrei prestare un'attenzione particolare a questo momento del colloquio e dire che, per quello che deriva dalla mia esperienza, io trovo questo momento, sia in quanto psicologa sia come componente privato del Tribunale, una sorta di incontro; è l'incontro con questa coppia in un tempo specifico della storia evolutiva che è quello nel quale la coppia decide di trasformare la sua storia di coniugalità in una storia di genitorialità. Credo che il primo approccio con la coppia sia una sorta d'incontro, una sorta di conoscenza, una sorta di esplorazione condivisa di questo momento del ciclo vitale della coppia che abbiamo di fronte. In un secondo momento il rapporto con questa coppia verte prevalentemente sulla motivazione all'adozione, su questa scelta di adottare un bambino e ancora, in un terzo momento, l'aspetto della peculiarità dell'adozione internazionale. E, quindi, io vorrei con voi ripercorrere queste tre fasi che abbiamo distinto per motivi di chiarezza, ma che naturalmente sono compresenti all'interno del colloquio.

La scelta adottiva tra coniugalità e genitorialità, decidere di avere un figlio o scegliere di adottarne uno, rappresenta un momento centrale nella scelta evolutiva di ogni nucleo familiare. Si tratta di una fase di transizione dalla coniugalità alla genitorialità e sappiamo tutti che il ciclo vitale di una coppia si sviluppa per cambiamenti che si verificano sia attraverso un mutamento delle strutture formali del sistema (uscire dalla famiglia d'origine, un figlio che si allontana, separazioni, adozioni, ecc.), sia attraverso una modificazione dei processi relazionali che hanno luogo tra gli appartenenti al sistema. E' come se il ciclo vitale del sistema si svolgesse su due assi ortogonali: su un asse sono scandite le necessità del sovrasistema sociale e del tempo cronologico delle quali il sovrasistema sociale tiene conto e alle quali la coppia e la famiglia si trovano a dover far fronte e rispetto alle quali vogliono far fronte per sentirsi adeguate; sull'altro asse ortogonale è scandito il tempo emotivo ed i processi relazionali.

Il legame di coppia costituisce sicuramente la fase iniziale del ciclo vitale della coppia e della famiglia e ha una importanza centrale nella direzione della costituzione della coppia genitoriale, nel senso che sul valore, sulla consistenza, sulle capacità di cambiamento della coppia coniugale, si fondano le capacità genitoriali. Questo soffermare l'attenzione sulla capacità della coppia coniugale di aver acquisito la consistenza, la solidità sufficiente ad operare il cambiamento verso la genitorialità, è un momento centrale del colloquio, perché noi crediamo che questo ci consenta di comprendere, per esempio, la funzione del figlio all'interno di quella coppia, nel senso che se quella coppia è sufficientemente solida, se ha realizzato quelle che sono le caratteristiche della coniugalità, quasi certamente sarà nelle condizioni migliori per accogliere, educare e costruire questa progettualità. Se, al contrario, questa solidità mancherà, probabilmente il figlio assumerà una funzione vicariante di questa solidità, con tutti i rischi di fallimenti.

Ecco perché noi fermiamo l'attenzione su questa conoscenza. Infatti il legame coniugale si fonda su un originario e originale consenso; originario, perchè è all'origine del legame stesso; originale, perché è tipico di ciascuna coppia. Consenso vuol dire conformità di giudizio, sentire allo stesso modo, acconsentire, accordarsi di due volontà in ordine all'adempimento di un'obbligazione che è valida per entrambi. Il consenso definisce l'alleanza. L'alleanza coniugale è fondamentale, perché deve trasformarsi in alleanza genitoriale. L'alleanza è la relazione che fisiologicamente aiuta la differenziazione pacifica: il fine è comune, ma il modo di raggiungerlo è diverso e dipende dalla diversa competenza, capacità, caratteristiche dei singoli partners. Gli alleati si scambiano tutte le informazioni pertinenti che servono per progettare; nessuno si definisce come unica fonte di informazione e quindi di potere assoluto. I contraenti dell'alleanza si riferiscono e tendono ad un fine superiore che li include e li rispetta. Il consenso che allea, per essere veramente efficace, dovrebbe essere libero, informato e manifesto.

Noi ci chiediamo spesso, quando incontriamo le coppie, se tutte quelle che incontriamo abbiano cominciato la loro vita coniugale nella piena libertà, nella piena conoscenza, nella piena espressione del loro consenso. Sul consenso originario e sull'alleanza si fonda anche l'altro elemento importante del legame coniugale che è l'intimità. L'intimità è un'esperienza complessa, è un concetto difficile da definire che varia da cultura a cultura. Può essere definita come un'esperienza coinvolgente e gratificante che deve unire profondamente i partecipanti all'esperienza stessa, che deve unire, senza alienare il singolo sul piano delle fantasie, dei sentimenti, delle competenze, dei giudizi, che deve durare nel tempo per l'impegno dei problemi da risolvere insieme, che deve caratterizzare una relazione adulta. La relazione adulta, che dovrebbe diventare relazione coniugale, segna il dissolversi del sogno puerile dell'accettazione incondizionata e l'inizio della speranza dell'incontro basato su un Io e un Tu reali e distinti tanto più quanto sono profondamente in relazione. Ecco, diciamo che all'interno di questo realizzato incontro, la coppia decide di adottare un figlio; noi li incontriamo in questa fase del ciclo vitale. Allora andiamo a guardare le motivazioni rispetto all'adozione, rispetto alla scelta di accogliere un bambino.

In genere quando si chiede anche informalmente ad una coppia perché ritenga adottare un bambino, noi attribuiamo una grande importanza a certi tipi di risposta a questa domanda e le segniamo con segno positivo; attribuiamo un'altra importanza, e segniamo con segno negativo, ad altri tipi di risposte. Io vorrei con voi riflettere su questa difficoltà, su questo pericolo di queste generalizzazioni. Chiediamo "perché volete adottare un bambino", poi attribuiamo una grande importanza alle risposte che vengono date dai coniugi a questa domanda dimenticando che, il più delle volte, esse sono dettate più dalle stimolazioni che l'ambiente provoca che non dall'analisi dei reali bisogni profondi della coppia o dei singoli coniugi.

Così finiamo per dare segno positivo a risposte come "per fare del bene a bambini che ne hanno bisogno" e per assegnare segno negativo a risposte del tipo "perché sento il bisogno di avere un figlio". Ciò è strettamente connesso con alcuni canoni fondamentali della nostra cultura che, dominata da un fondamentale spirito assistenzialistico nei confronti di coloro che si trovano in stato di necessità e da una visione manichea tra buoni e cattivi nell'analisi delle stratificazioni sociali, predilige atteggiamenti di tipo pietistico più che quelli di tipo propositivo, progettuale. Ed esaspera gli aspetti positivi del patto adottivo nei confronti di qualsiasi bambino in stato di difficoltà, dimenticando che l'adozione non è una situazione sempre e comunque positiva. La sola valenza positiva è in stretto rapporto con i bisogni di chi adotta e con quelli di chi viene adottato e che si realizza felicemente quando dalla gratificazione di questi bisogni si realizza una significativa relazione affettiva. Dico questo perché è diventato una sorta di gioco relazionale con le coppie quello di confrontarsi proprio su queste risposte. La maggior parte delle coppie davvero risponde "perché voglio fare del bene ad un bambino" e quando proviamo a discutere su queste cose e proviamo a far riflettere sul fatto che l'adozione o comunque la genitorialità, non è un fatto semplicemente oblativo ma è un fatto anche "egoistico", nel senso di riuscire a ricevere qualcosa da questo, le persone restano perplesse e poi alcune candidamente confidano che gli è stato detto che rispondere così "vale di più".

E' la cultura che fa passare questi messaggi di riconoscimento, a tutti i costi, del fatto che, se io decido di essere oblativo, di offrire questa disponibilità, non posso che pensare che mi devo dimenticare che ho invece un bisogno personale e relazionale di avere un bambino e che queste due cose si coniugano necessariamente e felicemente senza negare né l'interesse del bambino in stato di abbandono, che ha bisogno di essere accolto, né l'interesse della coppia che ha bisogno di accogliere.

E' facile allora che l'opinione comune del contesto sociale nei confronti del progetto adottivo di una coppia, sia quella che lo interpreta come un fatto altruistico, nel mentre la dichiarazione dei coniugi sul bisogno personale delle coppie di avere un figlio viene connotata negativamente come indicativa di una qualche carenza nel rapporto coniugale.

A nostro parere possono esistere molte motivazioni alla base della scelta adottiva: alcune attengono a fattori culturali, altre fanno parte del bagaglio esperenziale di ciascuna coppia. Alle prime, cioè quelle culturali, appartengono taluni schemi, per i quali la famiglia è reale, è completa, soltanto quando ci sono i figli, quando per il loro tramite la famiglia continua. Queste schematizzazioni influenzano la vita della coppia coniugale che viene considerata coppia solo quando diventa coppia genitoriale; fino a questo momento l'espressione del consenso sulla incapacità o indisponibilità ad essere genitori determinano l'insorgere di un senso di incompetenza o di incapacità affettiva che si riversa sul vissuto esperenziale intaccando il senso di autostima che in questi casi è connesso con la fertilità e con la capacità di procreare. Nasce spesso un vissuto di fallimento che può avere delle grosse ripercussioni anche sulla vita sessuale della coppia coniugale, dal momento che, nella maggior parte dei casi, l'atto sessuale è collegato con l'atto di generare. Una coppia, che vive questa condizione psicologica, finisce per indirizzarsi alla scelta adottiva quasi per confrontarsi con l'immagine che il sociale propone e per sentirsi confermata in una identità che non è basata tanto sulla relazione peculiare ed unica della coppia in quanto tale, quanto sulla corrispondenza tra questa coppia specifica e l'immagine generalizzata e condivisa culturalmente di "coppia".

Detto secondo il linguaggio delle coppie, l'espressione è: "dicono tutti che non siamo capaci, dicono tutti che non siamo come gli altri". Ai bisogni personali della coppia appartengono i bisogni personali di fronte alla genitorialità. Noi definiamo questi bisogni egoistici, ma non attribuiamo a questo termine una valenza negativa; si tratta per noi di bisogni che l'Io di ciascun coniuge e l'Io che scaturisce da questa unione esprimono e che bisogna avere il coraggio di esprimere e di far esprimere nel colloquio. Bisogni dell'Ego che la coppia coniugale deve saper riconoscere; taluni errori di impostazione sono possibili in tale riconoscimento, sia nelle coppie che decidono di avere un figlio, che nelle coppie che decidono di adottarne uno.
Per esempio, un figlio può essere individuato come elemento di cementazione per la coppia coniugale o come un possesso, una sorta di patrimonio della coppia o, peggio ancora, dei coniugi come singoli, sul quale investire il proprio futuro, oppure può essere un figlio, un oggetto compensatorio.

Nel momento del colloquio con queste coppie è necessario affrontare questi argomenti e riuscire a cogliere, per poter discutere, per potersi confrontare sul significato del figlio all'interno della coppia coniugale, Se è un cemento perché la coppia vacilla, se compensa delle mancanze e se, semplicemente e più felicemente è un modo per progettare.

Noi riteniamo che questi errori siano presenti in un numero molto limitato di coppie e che il bisogno di genitorialità sia qualcosa di più profondo. Esso attiene ai desideri reciproci di affettività del dare e ricevere, ai desideri di una progettualità della coppia che, nata come legame coniugale, trova una sua fisiologica evoluzione nella proiezione nel futuro; ai desideri di utilizzare le proprie risorse affettive a favore di un altro, il figlio, che potrà utilizzarle per crescere e formarsi.

L'offerta di tali risorse è alla base sempre del progetto adottivo e che debba trattarsi di un'offerta da una parte e di una utilizzazione dall'altra, deve essere un fatto chiaro a tutte le coppie che si accingono a vivere l'esperienza dell'adozione. Un figlio può utilizzare queste risorse, può utilizzarle solo in parte o in modo confacente ai suoi bisogni, può adeguarsi in maniera congrua o non congrua ai modelli educativi che i genitori ipotizzano per lui, tutto questo fa parte, in modo integrante del rapporto genitori - figli, ed è uno di quegli aspetti che i coniugi in prospettiva genitoriale devono tenerne conto.

D'altra parte i bisogni che un bambino ha di essere adottato, possono essere riassunti in un unico bisogno che è quello dell'appartenenza, all'interno della quale trovare la sua individualità. Il rispetto di tale individualità deve essere la base del rapporto di filiazione, specie nella situazione adottiva, trattandosi di una situazione nella quale spesso il bambino ha già realizzato progetti di identificazione, ha acquisito modi di vivere, ha introiettato norme e valori propri del suo contesto; dimenticare questa condizione e ritenere che idee, norme, progetti della coppia adottante siano da privilegiare perché sono propri di adulti che sanno qual è il bene del bambino, significa porsi in una condizione di colonizzazione, di mistificazione, di interpretazione del mondo infantile visto dalla parte dell'adulto e quindi lontano da quello che è il vissuto esperenziale del bambino.

Il rispetto dell'infanzia che noi auspichiamo in ogni situazione di rapporto adulto - bambino e quindi anche nel progetto di adozione, assume una valenza ancora maggiore nella situazione adottiva nella quale si realizza in maniera molto più concreta ed esplicita l'incontro ovvero il confronto tra storie che devono integrarsi. Questo è il secondo momento, il terzo momento è quello della peculiarità dell'adozione internazionale; siamo sempre alle prese con l'incontro di storie: quella dei genitori che adottano e quella del bambino che viene adottato, ma si tratta anche di storie che si sono andate costruendo all'interno di contesti culturali spesso sono molto diversi tra loro.

Possiamo dire che in questo caso si tratta di diversità che devono integrarsi e questa integrazione potrà avvenire soltanto a patto che esista il massimo rispetto della diversità. Crediamo che una delle prove fondamentali per valutare le capacità genitoriali di una coppia aspirante all'adozione internazionale debba essere fondata sulle capacità, che ciascun coniuge ha, di sopportare l'ansia che deriva dal rapporto con la diversità. In ogni situazione di adozione e, in specie, in quella di adozione internazionale, riteniamo che un posto rilevante vada dato al racconto della propria storia e da parte delle coppie e da parte del bambino. La storia di ciascuno è fatta di tanti elementi che si accomunano nel ricordo, che è cosa diversa dalla memoria delle cose passate; per la persona il passato serve per costruire il presente e il futuro.

Ben più importante della memoria, il ricordo significa che la condizione dell'individuo è influenzata sempre dagli elementi precedenti i quali, sebbene passati, non sono del tutto cessati con il passato, ma continuano ad agire nel presente. Ed è importante sapere che, oltre al ricordo che viene narrato e che quindi è espresso in parole, vi è un'attività del ricordare, che vive nel corpo e nella totalità della persona; dunque il ricordo è la traccia di tutte le esperienze vissute, è il segno per il quale oggi noi siamo riconoscibili nella nostra individualità e che ci fa essere quello che siamo. Allora è importante che la storia di ciascuno possa essere narrata cioè riconosciuta anche dall'altro che ascolta.

Nel caso delle storie dei genitori, del bambino, nella situazione di adozione internazionale ciò è ancora più importante dal momento che esse hanno radici diverse. Le radici del passato sono i luoghi, i tempi, i legami, le emozioni del passato più nascosto sulle quali ciascuno fonda la sua identità. L'identità del bambino adottato di una razza diversa, per certi aspetti può essere definita una identità per integrazione nel senso, cioè, che si costruisce integrando le proprie radici, che appartengono ad un'altra cultura, con i modelli propri di una differenza. Identità che si andrà irrobustendo attraverso il riconoscimento da parte del bambino di nuovi modelli e di nuovi stili relazionali.

Dal momento dell'incontro nasce una nuova storia che è quella vissuta e condivisa; si tratta, per certi aspetti, di una storia avventurosa, come sanno tutte le famiglie adottive, anche questa tutta da raccontare. Ma l'atto del raccontare richiede che tra chi narra e chi ascolta ci sia in una condizione di grande intimità, di confidenza, di fiducia nell'essere compresi e riconosciuti in quello che si viene narrando; richiede che esista una relazione fondata sul rispetto, sul riconoscimento della dignità dell'altro, sulla capacità di condividere sensazioni ed emozioni, di mettersi nei panni dell'altro, di sopportare l'originalità delle cose dette, la loro eventuale discordanza da quelle che ci saremmo aspettati di sentirci dire. Richiede in sostanza una maturità che dovrebbe essere propria di ogni adulto ma anche la semplicità che è propria dell'essere bambino.

L'esperienza genitoriale, comunque realizzata, dovrebbe sempre prevedere l'oscillare tra queste due condizioni dell'esperienza umana: l'adultità e la fanciullezza. Essa è un'esperienza entusiasmante che offre molte occasioni di crescita individuale e di coppia, crescita che assume un valore ancora più pregnante nel momento in cui trasferisce i suoi effetti sul processo di crescita del figlio.

Credo che queste osservazioni, che sono frutto dell'incontro e della condivisione, di questa speranza dell'incontro che noi leggiamo negli occhi delle coppie e che leggiamo negli occhi dei bambini da adottare, possano essere il filo conduttore per evitare un colloquio che sia colloquio tecnico, ma che sia anche un colloquio di grande confronto di umanità.
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Diventare genitori adottivi, esprerienza diretta: Dr. Piero Notaristefano.
Io, insieme a mia moglie Tina, siamo i genitori di un bimbo rumeno di cinque anni, che abbiamo adottato quasi due anni fa. Tutto è cominciato cinque anni dopo il matrimonio, innanzi tutto con un'adozione a distanza, dopo abbiamo fatto l'esperienza dell'accoglienza in casa di una bimba bielorussa durante il periodo estivo. Sono stati due momenti molto importanti che ci hanno preparato al passo successivo che è avvenuto nella primavera del 97, quando decidemmo di donare completamente il nostro tempo, il nostro affetto, la nostra casa. Posso dire che i dubbi, le perplessità, le incertezze, sono state tante, ma al di là del sesso, del colore della pelle, del colore dei suoi occhi, dello stato di salute, io ero sicuro di una cosa che da qualche parte su questa terra il nostro bambino stava nascendo. Ironia della sorte, nella primavera del 97, nasceva nostro figlio Marian.

Nell'estate del 97 la richiesta di adozione fu inoltrata al Tribunale ed iniziò il nostro iter formativo per l'idoneità. A fine del 98 è arrivata l'idoneità e nel gennaio successivo ci siamo rivolti ad una Associazione che ci propose la Romania come paese in cui procedere all'adozione. Il 5 gennaio del 2000 siamo stati chiamati dall'Associazione che ci informò che in Romania c'era un bimbo di quasi tre anni che potevamo andare a conoscere. Partimmo e finalmente conoscemmo questo bimbo che, per altezza e peso era pari ad un bimbo di un anno. Tutto questo passò in second'ordine, perchè dopo qualche ora già ci chiamava papà e mamma e dopo qualche giorno già voleva venir via dall'istituto.

Questo non fu possibile, ma dopo tre mesi, a seguito della sentenza del Tribunale rumeno, siamo tornati a riprenderlo. Al ritorno in Romania lo trovammo ancora più denutrito di quanto non lo avessimo lasciato e ricordo che con sé aveva soltanto un sacchetto di plastica con dentro un pannetto, un paio di calze e due giochi che gli avevamo lasciato la prima volta che lo avevamo incontrato e che lui custodiva gelosamente. Siamo tornati in Italia e i primi due o tre mesi sono stati i più difficili. Il bimbo era iperattivo, aggressivo, non conoscevamo nulla di lui, delle sue abitudini, andavamo avanti a tentativi (i primi tempi non sapevamo come farlo dormire, dopo tanti tentativi riuscimmo a capire che voleva dormire sul pavimento). E' stato un periodo di sperimentazione trascorso con il sostegno dei miei colleghi medici, dei docenti della scuola materna frequentata da Marian che ci hanno dato un grande aiuto. Con coraggio, pazienza, buona volontà e amore è stato possibile dopo poco più di due anni che Marian si è ben integrato, è tranquillo, sereno, ha recuperato anche dal punto di vista fisico.

Ci sono da fare alcune riflessioni. Innanzi tutto voglio rivolgermi a quelli che supportano la coppia durante l'iter adottivo. Ovviamente è fondamentale seguire la coppia nella fase precedente all'adozione, ma dopo? Io penso che sia ancora più importante la fase successiva, perché non sempre con le sperimentazioni, con i tentativi si può arrivare ad una soluzione dei problemi. Non sempre si è capaci di farlo da soli, noi siamo stati aiutati da persone a noi vicine (medici, insegnanti, psicologi), però non tutte la coppie possono avere questo aiuto. Un altro pensiero è rivolto alle coppie che hanno già adottato: non esitate a chiedere un consiglio, un colloquio al Tribunale, al consultorio, all'Associazione che vi sta seguendo. Confrontarci con altre coppie per noi è stato importantissimo; un confronto anche nell'ambito della stessa coppia tra i coniugi.

Alle coppie che si accingono ad affrontare l'esperienza dell'adozione posso dire di non mortificarsi se i tempi sono lunghi, se il prezzo da pagare è alto, perché la ricompensa è grande; bisogna credere fermamente in qualcosa che prima o poi accadrà.

Alimentare fermamente questo desiderio, questo sogno; al di là delle difficoltà incontrate, della confusione iniziale, di piccoli e grandi problemi da risolvere, quello che per noi era un sogno è diventato una realtà: nostro figlio ha avuto una famiglia e come lui penso che in futuro anche altri bambini potranno averla.

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DIBATTITO
1° intervento.
Il Presidente Occhiogrosso, nella sua premessa faceva riferimento ai bambini di Cernobyl, quindi suppongo che ci sia una caratterizzazione specifica, mi piacerebbe saperne di più.

Dott. Occhiogrosso
I bambini di Cernobyl sono bambini che arrivano in Italia periodicamente. Questa esperienza è ormai molto diffusa in Italia, riguarda circa 40.000 bambini. Solo nel 1999 sono arrivati 28.000 bambini dalla Bielorussia, 8.000 dall'Ucraina, altre migliaia tutti dall'Est, perché si è partiti dall'idea del problema di Cernobyl e, quindi, di consentire ai bambini di recuperare capacità migliori rispetto alla condizione precedente, poi invece è diventato un problema di solidarietà verso bambini comunque in difficoltà, ma questa solidarietà si è realizzata esclusivamente verso i Paesi dell'est. Comporta che almeno un paio di volte all'anno gruppi di bambini arrivino in Italia in via privata, secondo dei progetti promossi da associazioni private italiane e bielorusse o ucraine che si incontrano e che ricevono il beneplacito del Comitato per i minori stranieri italiano.

Fin qui il problema non presenta niente di particolare se non fosse che i lati negativi sono costituiti da diversi aspetti: come vengono scelte queste famiglie che accolgono questi bambini? Sono famiglie private che fanno una presunta opera di bene per cinque, sei mesi all'anno e in qualche caso è capitato che in qualche caso, ci fosse persona pregiudicata, maltrattante, interessata in vicende di questo genere. Le associazioni private non richiedono nemmeno un certificato penale, non possono avere nemmeno informazioni dai Carabinieri, perché sono organismi privati, né hanno l'idea di rivolgersi ad un servizio sociale pubblico, per far fare almeno un colloquio a queste famiglie.

Questo mi lascia perplesso. Per quanto riguarda questi bambini: con che criterio vengono scelti certi bambini e non altri? Alcuni sono nelle liste dei minori dichiarati adottabili, altri non lo sono. In alcuni casi fanno una domanda; la gran parte dei casi chiede bambini dell'abbandono, cioè bambini dell'istituto, caso mai coppie che hanno avuto un rigetto nella valutazione dell'idoneità e che quindi in questo modo finiscono per creare una situazione di fatto di legame affettivo di fronte alla quale, poi, diventa molto più difficile negare eventualmente un'idoneità.

Poi, il problema di fondo è: nel momento in cui questo legame si crea, che cosa succede per gli altri bambini che vivono lì? Questi bambini finiscono per essere dei privilegiati nella tragedia; quando vanno via vanno carichi di regali, poi le famiglie vanno spesso ad incontrarli, a dare il loro affetto, a portare altri doni. E l'altro bambino vicino che vede questo bambino privilegiato? Dal punto di vista dell'adozione questo diventa peggio del sistema "fai da te" che era previsto prima dell'entrata in vigore della legge, quando non esisteva la Commissione per le adozioni internazionali.

La coppia andava all'estero, prendeva un bambino, lo portava in Italia, il Tribunale non era a conoscenza di nulla, si aveva un provvedimento dell'autorità del consolato. Oggi c'è maggiore tutela, però poi abbiamo queste realtà in cui io posso chiedere un bambino, lo sperimento, mi va bene e poi chiedo l'idoneità all'adozione. Ci sono poi casi come quello di due coppie che hanno adottato cinque fratelli che ci dimostra come la ricchezza umana di alcune famiglie è tanto ampia che copre qualunque punto di partenza sbagliato. Però la prospettiva di abbinamento fatto in questo modo mi lascia perplesso.
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2° intervento Avv. Roberta Milano
"Vorrei sapere se un requisito "preferenziale" per la coppia possa essere l'affidamento prima di arrivare all'adozione."

Dr. Anna Coppola De Vanna
Lei mi chiede se aver fatto un'esperienza di affidamento rappresenti un requisito positivo. Noi chiediamo alle coppie, nel corso del colloquio, se abbiano mai realizzato esperienze di affidamento o se ritengono di poterlo fare; su questo piano si instaura un discorso sulla qualità dell'accoglienza, nel senso che noi crediamo che la disponibilità che si offre nel momento in cui si ipotizza il progetto adottivo che si concretizzi in una accoglienza temporanea di un bambino in difficoltà, sia una dimostrazione di progetto di adulto che voglia occuparsi di un bambino non necessariamente per "possederlo", ma per prendersene cura. Credo che sia una delle qualità genitoriali fondamentali quella dell'interesse disinteressato per il bambino. Allora, evidentemente, su quel terreno si può continuare a conoscere, a rapportarsi con la coppia.

Non si tratta mai di dare un voto insufficiente o sufficiente, ma di costruire insieme una qualità dell'offerta. Evidentemente questa conclusione porta ad un atto di giudizio, ma credo che sia importante che questo atto di giudizio si fondi su tutta questa serie di conoscenze e di condivisioni o non condivisioni e fa da accompagnamento verso l'adozione.

Peraltro mi sembra che si possa dire che si è installata una nuova cultura dell'adozione: la nuova normativa va verso queste forme di adultità responsabile nei confronti del bambino. Quindi ben vengano tutte le esperienze di affido, perché credo che la cultura della solidarietà non possa che apprezzare, ma anche qualificare all'adozione.
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3° intervento
Negli interventi dei relatori non si è approfondito il discorso relativo alle Associazioni; coloro che intendono adottare un bambino, dopo aver ricevuto il decreto di idoneità e, quindi, essere stati sottoposti ad una serie di colloqui e di verifiche, sono obbligati a subire, per anni, un ulteriore stadio di colloqui da parte di psicologi, non so a quale titolo, e anche con costi esorbitanti; sono associazioni riconosciute dallo Stato, io vorrei un vostro intervento in merito.

Dott. Occhiogrosso
Lei tocca un tasto dolente, perché quello degli enti autorizzati è un problema reale; sono un tentativo di evitare il "fai da te", nel senso che si evita il mercato, si evita che la coppia possa andare nel Paese straniero e acquistare il bambino, come prima avveniva. Proprio in Romania nel 1994 c'è stato il blocco dei bambini accolti dall'Italia, perché nell'anno precedente erano stati adottati dall'Italia 1200 bambini; il Procuratore generale della Repubblica di Bucarest è andato sotto processo perché accusato di aver colluso con famiglie italiane per favorire delle adozioni che non erano consentite, quindi i problemi, in realtà, sono esistenti.

Il problema degli enti autorizzati è come farli funzionare e se farli funzionare. L'Inghilterra ha solo quattro enti a cui rivolgersi in tutto il Paese; noi ne abbiamo cinquantasette. Naturalmente, essendo enti privati, il problema è quello della concorrenza e di essere privilegiati rispetto agli altri. Il problema posto delle lunghe attese è collegato probabilmente a quello che dicevo, cioè al fatto che le possibilità di adozione anche all'estero non sono tantissime, si vanno riducendo e, quindi anche loro fanno una specie di selezione per alcune famiglie rispetto ad altre. Il tentativo di migliorare sta venendo da alcune Regioni, perché secondo la legge gli enti autorizzati possono essere realizzati dalle Regioni anche direttamente.

La Regione Piemonte sta prospettando di realizzare essa stessa un ente autorizzato che, essendo proveniente da un ente pubblico, avrebbe la possibilità di offrire costi più ridotti e anche organismi di operatori pubblici che avrebbe la possibilità di formare più adeguatamente. Questo sistema, probabilmente, eliminerebbe buona parte degli enti autorizzati attualmente viventi, però questo è un programma da realizzare.


L'attuale previsione, dal punto di vista delle coppie, è meno gradita, nel senso che la coppia vede spesso frustrata la possibilità di avere un bambino rispetto a prima; dal punto di vista del Tribunale, cioè di coloro che sono molto attenti ai diritti dei bambini, evitare che un bambino sia venduto è un fatto positivo così come la garanzia che i bambini che arrivano non abbiano il rischio di essere venduti.

Se il problema si pone nei confronti dell'ente cui ci si è rivolti, la coppia ha la possibilità di revocare il mandato all'ente e rivolgersi ad un altro. Nel caso che lei evidenzia, dell'ente che ha ritenuto la coppia non idonea dopo che il Tribunale aveva comunque conferito l'idoneità, deve considerare che la coppia, nell'adozione internazionale, non ha diritto ad avere il bambino; la valutazione di idoneità significa avere poi il bambino. Non significa che nella comparazione successiva tra tutte le coppie che vogliono quel bambino sia preferita. Quando un bambino viene adottato, la sua situazione viene messa a confronto tra i genitori che poi adottano e tanti altri che però non sono privilegiati.
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4° intervento
Sono un genitore adottivo e posso dire, dopo quattro anni, che è stata un'esperienza positiva. Per molti aspetti è un'esperienza speculare con quella del dr. Notaristefano. Volevo sottolineare il tema delle associazioni a cui anche noi ci siamo rivolti. Abbiamo seguito il percorso con il Tribunale, abbiamo avuto l'idoneità. Rivolgendoci ad un'associazione ci sono stati posti molti più quesiti di quelli che ci avevano posto in Tribunale; molte volte, quando abbiamo fatto degli incontri con gli psicologi dell'ente, ci siamo fermati e ci siamo chiesti se eravamo veramente capaci, se in quel momento stavamo facendo qualcosa di utile, ci siamo messi in discussione molte volte. Siamo stati contentissimi di questo aspetto, siamo contenti di aver speso quei soldi e di come siamo stati seguiti e siamo tuttora seguiti. Il tutto non finisce con il bambino, i problemi vengono dopo. Noi sentiamo vicino lo psicologo dell'ente, che ogni due mesi viene in Puglia e che ci ha dato molti suggerimenti. Secondo me sono costi giusti.

Dott. Occhiogrosso
Questo dato fotografa la situazione che stiamo vivendo; l'adozione internazionale comincia da poco sul piano del vissuto, i nostri enti devono ancora attrezzarsi. Alcuni degli enti autorizzati sono molto seri e lavorano bene nei paesi a cui sono collegati. La prospettiva che si sta delineando e che la Regione Puglia in questo periodo sta sottoscrivendo, è proprio quella di formare il personale dei servizi, affinché si facciano non solo corsi di formazione, ma selezione di equipe specializzate che possano acquisire esperienza per essere di maggiore sostegno alle coppie.


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