“Nati
non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”
Lunedì scorso
è volato fino a noi il Prof. Avv. Giovanni Comandè,
e nella sala del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Bari
ha tenuto una brillante lezione sulla privacy nell'internet.
Tra i vari aspetti del
problema evidenziati dal chiarissimo Professore della Scuola
Superiore S. Anna di Pisa, mi è sembrato di poter ricavare
che, se cerchiamo di comprendere il grado di sicurezza della
nostra “privacy” nella nuova realtà dell'internet,
usando i canoni culturali per così dire già
affermati, sviluppatisi nella società tradizionale,
rischiamo di cadere nella falsa convinzione di essere al sicuro,
quando in realtà non lo siamo.
Il Prof. Comandè,
abilissimo ed eclettico narratore della materia fin nei suoi
aspetti più criptici, ha dato sfoggio di una rara e
dinamica maestria nell'associare e proporre il critico confronto
di concetti giuridici ad altri di natura più lieve,
abilità comune ad altri autorevoli relatori del nostro
Master, che il Prof. Comandè ha associato anche ad
un invidiabile 'dinamismo fisico' (del quale ha fatto le spese
l'avv. Barile, cui va tutta la nostra comprensione, il quale
ha rischiato la lussazione dell'articolazione dell'avambraccio
sinistro per tentar di mantenere l'inquadratura del 'lesto'
professore nella sua telecamerina, con la quale cercava di
consegnare ai posteri la memoria dell'evento).
Seppur giovanissimo,
rispetto all'autorevolezza che gli è internazionalmente
riconosciuta in questa materia (cosa che ne aumenta i meriti),
l'avvocato pisano ci ha dato anche una lezione di stile e
tecnica espositiva. Si coglieva ed apprezzava, infatti, l'abitudine
a mantener sempre viva l'attenzione dei suoi amati studenti
(citati, ad esempio, mentre lo scoprono a subire un attacco
di finestrelle di non meglio precisata natura al terminale
universitario, prontamente spento con la sempre valida tecnica
dello 'strappo della spina'), nella metodica quasi teatrale
(avete presente Beppe Grillo con riccioli un po' meno ricci?
Il collega Comandè mi perdonerà l'accostamento,
ma pure io sono un Vernacolier lettore...e si sa, chi va con
lo zoppo........) associata ad una abile oratoria, con le
quali, una volta incuriosite le menti, costringeva l'occhio
dell'ascoltatore a seguirlo per la sala, mentre spiegava che
la L. 675/96 (ed ultime modifiche) tutela, più che
la privacy, il dato personale in quanto riferibile ai diritti
di libertà fondamentali della persona (art. 1).
Per questo, quando si
parla di internet e privacy, è fondamentale aver la
coscienza che i “dati” cui si riferisce la legge
sono tutti scritti in un linguaggio unico, universalmente
riconosciuto ed usato dagli elaboratori, quello dei bit, e
che questo permette di avere miliardi di informazioni diverse,
tutte con un denominatore comune.
Da ciò consegue
che si possano effettuare elaborazioni ed associazioni di
un numero infinito di informazioni reperite in tutto il mondo,
trasmesse ovunque e per gli usi i più disparati, e
quindi anche illeciti. Da qui l'esigenza di una regolamentazione,
ma anche di tenere ben presente ciò che va tutelato,
di comprendere, con canoni culturali adeguati alla nuova reltà
informatica, che cosa si intenda per privacy e cosa sia lecito;
occorre quindi adeguarsi al nostro destino e studiare, studiare
e confrontarci per comprendere, perché “nati
non fummo (n.d.r.) per viver come bruti, ma per seguir virtute
e canoscenza” (ops!.....scusate, anche stavolta mi è
sfuggita la toscanaggine).
Questa è una verità
cui dobbiamo inevitabilmente adeguarci, connaturata alla rivoluzione
che interesserà (se già non lo ha fatto) la
nostra umanità poiché “la cultura, le
abitudini, la psicologia dei singoli individui e delle organizzazioni
si trovano “costrette” ad una sorta di ristrutturazione
cognitiva che condurrà, probabilmente entro breve tempo,
a vere e proprie modificazioni antropologiche stabili”
(come ci insegna il prof. M. Strano, che sarebbe piacevole
ed utile ascoltare in futuro).
In pratica, può
accadere di essere indotti a ritenere che la nostra sfera
privata, il nostro spazio intimo, personale, siano comunque
tutelati, nonostante qualcuno registri i siti che visitiamo,
le ore in cui vi accediamo, il tempo dedicato, ciò
che scarichiamo dalla rete; perché, in ultima analisi,
nessuno può associare queste informazioni alla nostra
persona, al nostro numero telefonico, al nostro nome e cognome
(vedremo più avanti che le cose non stanno proprio
così).
Dobbiamo però
tenere presente che tale convinzione deriva da parametri valutativi
propri di una cultura figlia di una società le cui
caratteristiche sono destinate a rimanere alle nostre spalle.
Per cogliere in pieno ciò che accade all'uomo in questa
nuova realtà informatica, dobbiamo accettare di
rimettere in discussione i nostri parametri culturali e predisporci
a cogliere i segnali di una diversa sensibilità propria
di una nuova dimensione culturale, nei termini e per le ragioni
indicate con straordinaria chiarezza dal prof. Cianciola:
“in un mondo trasparente come una casa di vetro, dove
la privacy tende ad annullarsi in una sorta di villaggio nudistico
globale, il diritto (si riappropri -n.d.r.-) della sua funzione
di tutela dei più deboli”; tutti noi, in questa
nuova realtà, corriamo il rischio di essere più
deboli, se non comprendiamo quello che sta succedendo... .
Ma vediamo di chiarire
quanto detto prima in termini più pratici, attraverso
un banale esempio:
ci accorgiamo che ogni
tanto sul nostro monitor appare della pubblicità che
(ma guarda un po' la coincidenza!....) riguarda proprio i
nostri interessi (riceviamo messaggini pubblicitari 'falsogratuiti'
mascherati nelle news dei vari account sottoscritti) strettamente
connessi con il contenuto dei siti che abbiamo visitato.........
.
Chi di noi, per ragioni
di mero studio, o per curiosità, non ha mai visitato
siti a luci rosse? Io l'ho fatto (solo per ragioni culturali,
lo giuro sulla testa di chi non ci crede....); ebbene, dopo
qualche giorno sento mia moglie dire.........<ma che razza
di pubblicità ci stanno mandando, brutti sporcaccioni.....
Seppure chi invia quella
pubblicità non conosce il mio nome e cognome (della
qual cosa non siamo sicuri), pensate che non eserciti una
qualche ingerenza nella sfera della privacy mia e di mia moglie?
della nostra famiglia? Forse, anzi senza dubbio, occorre riconsiderare
la percezione spaziale e la dimensione “etica”
della nostra privacy, alla luce dei cambiamenti che la società
informatica e l'uomo che vive in essa hanno subito e subiranno.
A queste considerazioni,
si aggiungano alcuni casi specifici, in cui il sospetto della
estrema vulnerabilità della nostra sfera personale
si trasforma in certezza: prendiamo un caso già esaminato
dagli studiosi americani di privacy, il problema del PSN (Processor
Serial Number) che individua ogni computer che monti un processore
Intel Pentium III.
Se associamo questo al
fatto che per attivare Windows XP occorre fare una telefonata
ad un call-center Microsoft il quale fornisce il codice di
attivazione della piattaforma, telefonata dalla quale si può
tranquillamente risalire al nostro numero telefonico, appare
in tutta la sua evidente e sconcertante semplicità
che, associando il segnale inviato dal Pentium al mio numero
telefonico si supera facilmente l'ostacolo dell'IP dinamico
che tanto ci tranquillizzava per la sua difficile riferibilità
ad un indirizzo esatto.
Ma vi è una realtà
ancor più inquietante: la diffusione del sistema ADSL.
Con esso, infatti, viene
sempre assegnato un IP statico, collegato ai nostri dati personali,
nome, cognome, mumero telefonico, indirizzo cui ricevere la
bolletta del servizio; anche se questi dati vengono raccolti
e conservati secondo i canoni della legge sulla privacy, sono
pur sempre in rete, e non c'è responsabile degli stessi
che mi possa dare la sicurezza assoluta della loro
inaccessibilità.
A conclusione di questa
riflessione mi gira per la testa una frase che ricorre nelle
varie riviste specializzate “l'unico computer sicuro
è quello spento e staccato dalla rete” ( e dopo
quello che è successo alla Procura di Palermo dovremmo
aggiungere: “strettamente incatenato al luogo in cui
si trova e possibilmente con il disco rigido protetto da un
sistema di autodistruzione che si attiva quando si cerca,
senza autorizzazione, di rimuoverlo”).
Queste difficoltà
non devono indurci a “gettar via l'acqua sporca con
il bambino dentro”; dobbiamo, seguendo il monito dantesco,
sfruttare tutte le potenzialità di questa nuova realtà
nel senso più positivo possibile per l'uomo.
Ha ragione il prof. Cianciola,
come ricorda spesso il nostro Presidente, a dire che in fondo
sono io che ho il potere di spegnere il computer, cosa che
lui non potrà mai fare.
Chiudo con la solita
provocazione tra il serio ed il faceto: speriamo che il computer
non influenzi la mia mente a tal punto da farmi dimenticare
che io posso spegnerlo, perché.........
Accidenti!, sono le tre
di notte......... mi ha già influenzato! Sapete cosa
vi dico? Prima di salutarvi scrivo immediatamente sul mio
monitor, a chiare lettere, con pennarello indelebile, la frase
del Professore....... non si sa
mai.....!.....
un saluto a tutti
Avv. Galeotti Patrizio