Raccogliendo l'auspicio del Presidente invio questo mio modesto
contributo di riflessioni su alcuni temi toccati dal Prof.
Pascuzzi, al quale va il merito di aver preso la mia mente
per mano, moderno Virgilio, e accompagnatomi sulla collina
del suo sapere, mi ha rivelato il panorama esaltante delle
problematiche che caratterizzano la realtà informatico-giuridica;
e al tempo stesso momento di sfida e di preoccupazione per
il giurista accorto, per i pericoli che lo circondano e le
magnifiche e stimolanti prove che lo aspettano quando “pionieristicamente”
esplora questa nuova frontiera del diritto e dell'uomo.
Verrebbe da dire " colleghi, amici, compagni (fate voi)
non chiediamoci che cosa ha da darci questa nuova materia,
ma cerchiamo di vedere quello che noi possiamo fare e dare
per questa nuova e stimolante realtà", anche perchè,
volenti o nolenti, la tecnologia (quella a cui siamo abituati
e quella che dobbiamo ancora imparare a dominare) è
un'arma a doppio taglio, solo tenendola per il manico (e facendo
riferimento ai valori antichi della nostra cultura umanistica
per usarla nel bene dell'uomo) possiamo avere la possibilità
di non fare a noi, nè agli altri, del male.
Rileggevo in questi giorni uno dei miei libri di informatica
preferiti " Miti e riti del'informatica " un garzantino
tascabile scritto da Gianfranco Secchi nel lontano 1987, e
riflettendo sulle parole del chiarissimo (in tutti i sensi)
prof. Avv. Pascuzzi, ho apprezzato ancor di più alcuni
passi del libro di cui vi faccio partecipi :
<".........i calcolatori si diffondono e
si fanno sempre più potenti..........già si
parla di miliardi di operazioni al secondo; il personal è
alla portata di tutti e presto chi non lo saprà usare
sarà chiamato analfabeta..........è tempo che
il calcolatore entri in ogni aula, in ogni ufficio, in ogni
casa. Ma le aziende, le strutture pubbliche, le scuole, le
famiglie, sono pronte a farne l'uso migliore? l'individuo
che lavora, che studia, che vive la vita del nostro tempo,
è pronto a stabilire con lo strumento un rapporto vantaggioso
per sè? Mi sembra di poter dire che l'uomo, negli ultimi
tempi, ha smarrito un equilibrio importante: quello tra i
beni che è stato in grado di darsi, attraverso studi
scientifici e realizzazioni tecniche (il computer ndr), e
la propria coscienza, la propria cultura, ossia la propria
capacità di gestire quei beni nel modo più corretto.
.........Di tutte le macchine di cui l'uomo si è finora
dotato, infatti, il calcolatore è l'unico che elabora
elementi non percepibili con i sensi: elabora conoscenza,
idee, nozioni, sapienza.... non è strano che i prezzi
che chiede in cambio del suo servizio stiano in quest'aria,
filosofica, appunto. ......">.
Parole profetiche, che hanno anticipato una realtà
annunciata; ma cosa abbiamo fatto in questi anni per colmare
quel gap tra tecnologia e cultura? di fronte alla crescita
esponenziale della macchina, dell'hardware e del software,
tutto è rimasto per così dire, al palo, ed ora
cerchiamo con urgenza ed affanno rimedi che rischiano di essere
solo dei paliativi.
Il risultato è che certe nuove realtà sembrano
essere sotto controllo, regimentate, ma in realtà sono
ancora parzialmente e superficialmente esplorate.
Il rischio è che nella fretta di approntare una risposta
qualsiasi ai problemi di regolamentazione giuridica posti
dalle nuove realtà tecnologiche, si ricorra (già
si lo è fatto) a soluzioni affrettate che se da un
lato sembrano risolvere il problema, dall'altro, non essendo
figlie di soluzioni meditate, ponderate, secondo i valori
che caratterizzano la nostra millenaria cultura, potrebbero
generare una serie di effetti collaterali imprevisti che potrebbero
portare al risultato finale opposto a quello che era nelle
nostre intenzioni.
In sintesi, secondo me, le regole giuridiche della nuova
realtà tecnologica dovrebbero essere progettate senza
mai perdere di vista la nostra cultura umanistica, la nostra
cultura giuridica che è frutto di secoli di elaborazioni
teoriche ampliamente sperimentate nel reale e quel che più
conta, nel rispetto dei diritti fondamentali contenuti nella
Carta Costituzionale.
Se è vero infatti che la mente del giurista deve essere
aperta a tutte le possibili soluzioni, e la scienza giuridica,
come tutte le scienze non deve né può avere
limiti, tale apertura mentale dovrebbe avere, come finalità,
quella di trovare una soluzione ai problemi posti dalla nuova
realtà tecnologica che, nel rispondere alle esigenze
di continuo e veloce cambiamento delle fattispecie concrete,
non prescinda da valori e principi consolidati in secoli di
storia del pensiero giuridico.
Si possono anche ipotizzare nuovi istituti, nuovi modi di
formazione delle leggi (più veloci ed adeguati ai tempi
ed ai mezzi), ma ritengo sia sempre e comunque necessario
rispettare i valori e i pricipi che l'uomo è riuscito
ad elaborare e stà ancora cercando di realizzare compiutamente,
e che sono scritti nella prima parte della nostra Costituzione,
nelle dichiarazioni Europea e Universale dei Diritti dell'uomo.
Quando il giurista delle società tecnologicamente
avanzate si accingerà ad elaborare i nuovi principi
per regolamentare le nuove realtà tecnologiche, dovrà
fare in modo che la tecnologia sia al servizio dell'uomo,
e non viceversa, non prescindendo dai diritti fondamentali,
così come la scienza giuridica li ha ad oggi disegnati.
Approfito della pazienza di chi legge per proporre ancora
una riflessione.
Mi è capitato di parlare, con cosiddetti hakers, quelli
veri, votati solo allo studio ed alla ricerca, che mai si
permetterebbero di entrare e distruggere un sistema informatico,
in essi ho trovato una grandissima spinta ideale, ed una sete
infinita di principi giusti per sostenere la loro azione.
Ho trovato però anche una grande ignoranza del mondo
giuridico.
Anche nel mondo giuridico, però, esiste un baratro
di ignoranza informatica che fa paura.
Ha ha ragione l'avv. Melica quando, nel chiedere di trattare
i temi dei seminari in mailing, fa riferimento ad alcuni problemi
concreti.
Può un giurista che usa la posta elettronica per il
proprio lavoro non conoscere i metodi per difendersi dai cosiddetti
cavalli di troia? Può delegare ad un tecnico la soluzione
di un problema che lo investe direttamente e professionalmente
(il contenuto del proprio elaboratore contiene dati sensibili
e riservati della propria attività, la cui conoscenza
la legge e la deontologia gli riservano personalmente) permettendo
ad una terza persona di diventare il dominus di conoscenze
che solo a lui spettano? Tanto per essere chiari: se per difendermi
da chi cerca a distanza di introdursi nel mio computer aprendo
a mia insaputa porte di comunicazione, devo ricorrere ad un
tecnico demandando a lui e solo a lui tale compito, rinunciando
ad avere quelle conoscenze dirette che mi permettano almeno
di essere sicuro che anche lui non stia in realtà curiosando
nei segreti della mia professione, di fatto avrò messo
in pericolo i segreti professionali di cui sono tutore, di
fatto avrò rinunciato all'essenza della mia professione
ed avrò messo in discussione il delicato meccanismo
(di cui l'avvocato è solo un ingranaggio) che presiede
alla difesa dei diritti del cittadino.
Una risposta a questo problema, a mio parere , stà
nel cercare di avvicinare queste due scienze, la giuridica
e l'informatica, nel far nascere una nuova figura (ed anche
istituzionalizzarla se sarà necessario e possibile)
di giurista informatico e informatico giurista, che possa
da solo far fronte alle esigenze quotidiane dell'uso del mezzo
informatico e della professione legale, se poi questo non
è possibile, bisognerà ripensare il ruolo dell'avvocato
e le sue prerogative nell'interesse del cittadino che ha diritto
ad essere pienamente tutelato, e con esso anche quello dei
giudici e di tutti gli operatori della giustizia chiamati
ad usare l'informatica per redere più snelli e quindi
veloci i Processi, rimanendo però inalterate tutte
le garanzie democratiche e civili che lo caratterizzano.
Una saluto a tutti.
Avv. Galeotti Patrizio